Santa Teresa di Gesù

15 ottobre

SANTA TERESA di Gesù

Da quel fuoco che Dio ha acceso in Santa Teresa sono molte le scintille che lungo i secoli hanno illuminato la Chiesa. Dalla loro fiamma si sono lasciati “bruciare” schiere innumerevoli di uomini e donne. Alcune scintille hanno acceso nuovi fuochi per riscaldare la fede dei credenti, basta pensare a santa Teresa di Lisieux e Teresa Benedetta della Croce tra la famiglia carmelitana, ma possiamo continuare con san Francesco di Sales, santa Veronica Giuliani e altri. Volere raccogliere tutto lo sfavillare di questo fuoco in un articolo sarebbe alquanto riduttivo e forse un’impropria opera da “pompiere”, per questo lasceremo brillare quelle luci che la Liturgia, come perle preziose di un gioiello, ha incastonato nell’orazione colletta per la celebrazione della sua memoria.

Per Dio ogni Santo è un capolavoro della grazia, una risposta piena alla chiamata ad essere suoi amici e noi lo decantiamo con le parole introduttive dell’orazione: “O Dio, che per mezzo del tuo Spirito hai suscitato nella Chiesa santa Teresa di Gesù per indicare un nuovo cammino di perfezione“. Con questo individuiamo l’opera divina e nello stesso tempo anche il beneficio per la Sua Chiesa a cui è aperta una nuova via.

Ci sembra doveroso considerare nella novità di un cammino il contesto storico in cui sorge, la sua maturazione e gli sviluppi successivi.

Il secolo XVI, in cui visse santa Teresa, conobbe un’enorme fioritura di santi come Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Carlo Borromeo, Francesco di Sales (morì proprio nel 1622 anno di canonizzazione della santa), basti pensare che nello stesso anno della Santa in Italia nasce Filippo Neri e Felice da Cantalice. L’epoca storica, dopo la scoperta dell’America (1492), conobbe una svolta che spinse l’uomo alla ricerca di nuovi mondi e lo aprì ad una coscienza sempre maggiore di sé e della propria libertà. La Chiesa non fu estranea a questi influssi e visse gli sconvolgimenti prodotti dalla Riforma protestante. Lo stesso Concilio di Trento (1545-1563) cercò di riportare il messaggio di Cristo nella sua centralità, eliminando molte confusioni.

Santa Teresa nacque ad Avila nel 1515, da una nobile famiglia spagnola, secondogenita di nove figli, rimase orfana di madre a soli 12 anni. Teresa fu educata cristianamente in famiglia, dove il padre non ammetteva la presenza di schiavi, e fin dall’età di sei anni convinse il fratello maggiore Rodrigo (suo prediletto) a lasciare la casa per subire insieme il martirio fra i mori. Uno zio li ricondurrà a casa, ma non riuscirà a diminuire l’ingegno della piccola che si prodigherà nella costruzione di eremi per giocare a “fare la monaca”. Una volta cresciuta, Teresa s’immerse nella vita mondana, il suo spirito si trovò così combattuto tra la ricerca inflessibile della verità (appassionata lettrice di libri soprattutto dei Padri della Chiesa e dei Santi) e la dedizione al mondo. La decisione sullo stato di vita da abbracciare rappresentò un dilemma per lei stessa: da un lato l’insoddisfazione per la vita mondana, pur non riuscendo a staccarsi dai suoi piaceri; dall’altro la paura della morte e del giudizio finale. Il pensiero della dannazione eterna (altro che un sentimento puro di timor di Dio e di amore filiale!), la fece propendere per la scelta religiosa. Interessante questo elemento del discernimento vocazionale di Teresa, forse alla nostra ragione un po’ sconcertante, eppure Dio si è servito di una motivazione di interesse un po’ egoistico per determinare la sua decisione di consacrazione a Lui. E sappiamo bene come Egli abbia saputo poi purificarla e allargare quest’anima alla donazione universale.

Continuiamo però la progressione degli eventi che portarono Teresa a fuggire di casa per vincere le resistenze paterne e ad entrare al monastero carmelitano di Santa Maria dell’Incarnazione, alle porte di Avila (2 novembre 1535). La sua fuga da casa non fu dettata da una mancanza di capacità nell’affrontare la situazione, ma dal desiderio di seguire tenacemente il Signore secondo gli esempi degli antichi Padri di cui una lettera di san Girolamo, ben nota alla Santa, invitava appunto a camminare persino sul corpo del padre che si fosse sdraiato sulla soglia di casa per impedire la consacrazione a Dio (epistola XIV, 2 a Eliodoro). Il primo periodo in monastero fu pieno di fervore, caratterizzato da fasi di orazione intensa. Dopo pochi anni una grave malattia, da cui fu miracolosamente guarita per intercessione di S. Giuseppe, interruppe il suo slancio e diede il via a un periodo di dissipazione spirituale attraverso conversazioni vane in parlatorio (nonostante fossero brillanti e approvate da molti confessori, tenendo presente il periodo di decadenza spirituale dei monasteri). Lei stessa, nella sua biografia, racconta tutto il tempo in cui s’intratteneva in conversazioni che la distoglievano da Dio, anziché aiutare i fratelli a infiammarsi dell’amore di Dio: “Passai quasi vent’anni in questo mare procelloso. Cadevo e mi rialzavo, e mi rialzavo così male che ritornavo a cadere. Ero così in basso in fatto di perfezione che non facevo quasi più conto dei peccati veniali, e non temevo i mortali come avrei dovuto, perché non ne fuggivo i pericoli” (Vita 8,2). Non è possibile condensare in poche righe la bella descrizione della sua conversione, avvenuta dopo circa 20 anni di vita religiosa, maturata sia leggendo le «Confessioni di sant’Agostino» che la illuminarono sui legami che le impedivano di donarsi interamente a Dio, sia con un richiamo del Crocifisso che le rischiarò l’intelletto sulle esigenze della vita abbracciata e, a 40 anni, si propose con decisione di dedicarsi meglio all’orazione. In realtà, non aveva mai lasciato l’orazione completamente, lei stessa ritiene che questo le impedì di cadere in uno stato ancora peggiore della mediocrità in cui viveva. Da questo periodo inizia una nuova vita di cui i suoi scritti abbondano di particolari, ci sembra però opportuno indugiare un poco sulla nuova via aperta dallo Spirito per la Chiesa. La Colletta, infatti, parla di un “cammino nuovo” suscitato nella Chiesa, e riteniamo conveniente compendiare in due aspetti ciò che di inedito la Santa ha tracciato:

1) In primo luogo Teresa ha saputo far emergere il valore della qualità rispetto al numero. Infatti, le sue nuove fondazioni prevedevano un numero massimo di 13 suore (poi portato a 15), ad imitazione del collegio Apostolico con Gesù (12+1), rispetto ai monasteri che contavano 150 suore, come quello in cui lei era entrata. In un periodo in cui si puntava molto al “grandeur” delle opere, lei ha valorizzato la piccolezza.

2) In secondo luogo ella seppe mettere insieme due esigenze spirituali: la contemplazione amorosa in sé (amore delle cose divine), con la trasmissione agli altri della contemplazione stessa (contemplata aliis tradere). Teresa coniugò profondamente questi due elementi della sua orazione e contemplazione ecclesiale, a partire dalla santa umanità di Gesù Cristo.

Sarebbe forse più corretto definire il centro del suo messaggio: Gesù Cristo, la Santa Umanità che ci porta a Dio. Una spiritualità incarnata che si contrappose alle correnti molto evasive dell’epoca: come Dio è venuto a noi mediante Gesù Cristo, così noi non possiamo andare a Dio se non per mezzo della sua Umanità. Dall’intimo rapporto di amicizia con Lui, così come lei stessa definisce l’orazione mentale1, si sprigionò un’energia tale che la condusse a diffondere una forma di vita povera interamente dedita al servizio della Chiesa mediante la preghiera, attraverso la fondazione di nuovi monasteri sia maschili sia femminili. Santa Teresa “ha cominciato a riformare i Carmeli femminili, immaginandoli e creandoli come piccoli «paradisi in terra» dove vive «la compagnia dei buoni», di coloro cioè che si aiutano reciprocamente a «vedere Dio» fin da questa terra con gli occhi limpidi della fede e col fuoco della reciproca carità che si innalza verso il cuore stesso di Dio. Monasteri che si assumono il compito di essere e restare «nel cuore della Chiesa e del mondo», là dove si prega, si soffre, si lotta, si ama per tutti e al loro posto2.

La parte fondamentale della spiritualità di Teresa fu la sua profonda intimità con Dio. In lei “le meraviglie dell’anima umana si manifestano in modo sorprendente, ed una fra tutte più comprensiva: l’amore, che celebra nella profondità del cuore le sue espressioni più varie e più piene; (…) è l’incontro dell’amore divino inondante che discende all’incontro con l’amore umano, che tende a salire con tutte le forze, è l’unione con Dio più intima e più forte che ad anima vivente in questa terra sia dato sperimentare; e che diventa luce, diventa sapienza; sapienza delle cose divine, sapienza delle cose umane3.

Di questa sapienza, che lo Spirito ha riversato in Teresa, la Chiesa ci invita a chiedere “…di nutrirci spiritualmente”. L’orazione indica esplicitamente la parola dottrina perché le è stato riconosciuto un titolo di insegnamento valido per tutta la Chiesa, infatti, Teresa, è la prima donna proclamata Dottore. Papa Paolo VI, nel suo discorso per l’occasione, precisò che anche la parola di S. Paolo in 1 Cor 14,34 andava correttamente intesa dichiarando che anche la donna, partecipando del sacerdozio comune dei fedeli, è abilitata e obbligata a professare dinanzi agli uomini la fede ricevuta da Dio per mezzo della Chiesa (Lumen gentium, 2,11). Di quale dottrina si tratta la Liturgia ne illustra bene il contenuto offrendo alla meditazione dei fedeli come seconda lettura dell’Ufficio un brano della vita di Teresa che ben focalizza il suo messaggio: la preghiera come mezzo per l’incontro dell’uomo con Dio attraverso l’umanità di Gesù Cristo.

La sua esperienza di vita, immersa nella contemplazione di Dio, è stata da lei stessa ampiamente spiegata nei numerosi scritti che ci ha lasciato e, attraverso un’elaborazione singolare di quanto viveva, Teresa ha indicato un cammino sicuro per ogni cristiano. “Per quanto riguarda lo sviluppo concreto della vita di preghiera, maestra incontestata è santa Teresa e la sua opera «Il castello interiore» contiene la descrizione classica del cammino di orazione. I vari manuali attingono quasi esclusivamente al suo insegnamento e non aggiungono nulla di nuovo4.

La dottrina di Teresa risulta pertanto imperniata nei segreti dell’orazione. “Il messaggio dell’orazione! Viene a noi, figli della Chiesa, in un’ora segnata da un grande sforzo di riforma e di rinnovamento della preghiera liturgica; viene a noi, tentati dal grande rumore e dal grande impegno del mondo esteriore di cedere all’affanno della vita moderna e di perdere i veri tesori della nostra anima nella conquista dei seducenti tesori della terra. Viene a noi, figli del nostro tempo, mentre si va perdendo non solo il costume del colloquio con Dio, ma il senso del bisogno e del dovere di adorarlo e d’invocarlo. Viene a noi il messaggio della preghiera, canto e musica dello spirito imbevuto della grazia e aperto alla conversazione della fede, della speranza e della carità, mentre l’esplorazione psicanalitica scompone il fragile e complicato strumento che noi siamo, non più per trarne le voci dell’umanità dolorante e redenta, ma ascoltarne il torbido mormorio del suo subcosciente animale e le grida delle sue incomposte passioni e della sua angoscia disperata. Viene il messaggio sublime e semplice dell’orazione della sapiente Teresa, che ci esorta ad intendere «il grande bene che fa Dio ad un’anima, allorché la dispone a praticare con desiderio l’orazione mentale (Vita 8,4)» ”.5

Qualche decennio, fa proprio nella festa di santa Teresa, la Congregazione per la dottrina della fede, inviò una lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica per rispondere al desiderio di molti cristiani di imparare a pregare in modo autentico e approfondito. In essa troviamo alcuni elementi fondamentali della sua Dottrina, offerti con un linguaggio adeguato alla nostra epoca. Ogni cristiano riceve nel Battesimo la grazia della preghiera, però non tutti ne assecondano il desiderio e ne coltivano la pratica, per questo risuona sempre forte il monito di Teresa: “la meditazione è indispensabile per tutti i cristiani, né vi è persona che debba trascurarla, per colpevole che sia, quando Dio gliene ispira il pensiero…

Ben diversa è invece la contemplazione… perché Dio si arrende solo a coloro che si danno totalmente a Lui”.6

All’inizio del Millennio il Papa Giovanni Paolo II, nella “Novo Millennio Ineunte” (n.33), proponendo l’insegnamento dei due maestri di spirito che hanno riformato il Carmelo, invita i cristiani a rinnovare l’impegno della preghiera nelle sue varie manifestazioni di adorazione, lode, ringraziamento, supplica, con un coinvolgimento pieno della persona che si esprima nell’ardore degli affetti fino ad un vero e proprio “invaghimento” del cuore.

Ogni Santo è un po’ vittima ed eroe del suo tempo: vittima nel senso che è costretto a respirare l’aria delle correnti negative della sua epoca; eroe perché non si è lasciato trascinare dalla corrente e, facendo trionfare l’amore di Cristo, ha lasciato dietro di sé una scia di purezza e di bontà che ha cambiato il mondo. Mentre il Medio Evo stava tramontando e già risplendevano le prime luci dell’Era Moderna con l’esaltazione della ragione e i suoi sviluppi assolutistici che condurranno l’uomo ad allontanarsi da Dio, Teresa, incarnando il messaggio Evangelico, ha valorizzato la preghiera come atteggiamento umile e filiale di colei che cerca la Verità e si fida di Dio, vera luce dell’intelletto. Alcune correnti quietiste, come gli “Alumbrados” (illuminati), tendevano a ridurre costantemente l’attività dell’uomo a favore dello Spirito Santo, ma disprezzando lo sforzo spirituale. Anche oggi, dopo che la psicologia del profondo ha rimesso in luce l’importanza della vita affettiva e data la diffidenza nei confronti delle costrizioni imposte dall’educazione, si tende a valorizzare la pura spontaneità spirituale, insistendo sull’azione dello Spirito Santo. Teresa però ci ricorda che lo Spirito opera tutto con misura e non eccede neppure nell’abbandono totale di ogni attività ed esorta le sorelle: “ripetendo che dipende tutto da noi. Chi vuol arrivare a questo stato (di orazione), non deve mai lasciarsi scoraggiare…”. Ben sapendo che né la ragione, né uno sforzo puramente naturale potranno produrre il contatto dell’anima con Dio, sollecita le sorelle a ritenere “per bene impiegati tutti gli sforzi che a questo scopo faranno, giacché nulla s’impara senza un po’ di fatica. Se vi applicherete decisamente, sono sicura che l’aiuto di Dio non vi mancherà…”.7 Teresa in un altro passo, conscia della necessità dell’uomo ferito dal peccato di continuare a lottare contro la concupiscenza, afferma che chi “vuole che l’orazione sia di profitto, si sforzi di vincere la sua volontà… ”.8

Non si può vivere una preghiera autentica senza uno sforzo ascetico che riguarda sia l’atteggiamento interiore fatto di ricettività e di rinuncia all’azione, sia una disciplina di vita solida. Per una profonda vita di preghiera è necessario assicurarsi condizioni esteriori di tempo e di pace nonché di studio9. Certamente è possibile pregare in ogni luogo e circostanza, alcuni casi singolari lo dimostrano, ma usarlo come condizione abituale significa dimenticare che la vita spirituale non può essere definita partendo da casi eccezionali. L’importanza della dottrina di Teresa viene a noi in un tempo in cui la cultura moderna sembra porre non poche difficoltà all’avvertita esigenza di silenzio, per questo conviene comunemente procurarsi o salvaguardare dei tempi dedicati interamente alla ricerca di Dio. Senza un’ascesi previa, difficilmente sarà possibile una vita interiore solida, capace di stare alla presenza di Dio sia nel tumulto della folla o in mezzo agli affari terreni, sia nella più profonda solitudine.

In un mondo insicuro e fragile come il nostro, la figura di questa donna forte, che avanza sulle strade della Spagna superando ostacoli umani e spirituali, ci dimostra l’importanza della vita interiore: “aveva sperimentato che le vie del mondo sono infruttuose se l’uomo non comprende la propria interiorità. «Ci può essere forse male più grande –si domanda- che non poterci ritrovare in casa nostra? E se in casa nostra non ci sentiamo soddisfatti, forse che possiamo sperare di sentirci tali in casa altrui? ».10

Teresa ha conosciuto le tentazioni a cui va incontro l’uomo che si dispone all’orazione per conformarsi in tutto al volere di Dio, anche quella di chi pensa che l’unione con Dio sia conseguenza dei propri meriti e dell’impegno personale. Per questo ritiene che l’unico fondamento della preghiera sia l’amore che ci fa desiderare di appartenere totalmente all’amato: “È questa risoluzione ch’Egli vuole. Vuole che lo si renda padrone del nostro libero arbitrio. Non ha bisogno dei nostri sforzi. Anzi, è nelle creature più deboli che si compiace di far risplendere le sue meraviglie, perché in esse può meglio spiegare la sua potenza e soddisfare al desiderio di accordarci le sue grazie…”.11

L’uomo spirituale è capace di riflettere la sicurezza di Dio, e santa Teresa ha una grande fortezza d’animo che sa andare contro ogni difficoltà proprio perché ripone la sua fiducia nel Signore. La vera grandezza dell’uomo è la sua umiltà, condizione indispensabile per porsi dinnanzi a Dio Creatore con la verità di chi si riconosce creatura da Lui amata e Redenta nel Figlio. “Ma credo che non arriveremo mai a conoscerci, se insieme non procureremo di conoscere Dio. Contemplando la sua grandezza, scopriremo la nostra miseria; considerando la sua purezza riconosceremo la nostra sozzura; e innanzi alla sua umiltà vedremo quanto ne siamo lontani… Perciò figliuole, fissiamo gli occhi in Cristo nostro bene e nei suoi santi, e vi impareremo la vera umiltà.12 Da questa conoscenza, per mezzo dello Spirito, si impara la relazione filiale, unica condizione per accogliere l’Amore di Dio e donarlo agli altri. Perché giustamente Teresa “non sa comprendere che si dia o possa darsi umiltà senza amore, e amore senza umiltà, come non è possibile che queste due virtù stiano in un’anima senza un gran distacco da ogni cosa…”.13

La stabilità della persona perciò non ha fondamento in se stessa e nelle sue risorse naturali, nel successo o nell’appagamento dei piaceri. Un elemento molto attuale che invita i cristiani ad essere dei punti di riferimento per il mondo dal momento che sono sicuri nella fede, una fede umile e profonda in Dio alimentata nella preghiera: “…è esattamente nella preghiera che l’essere umano, posto di fronte alla Verità e Bellezza somme, avverte il fascino che elimina ogni paura e accende il desiderio di sapere e conoscere. L’orazione è come un continuo processo d’apprendimento del cuore e della mente, dei sensi e delle emozioni, ma tale diventa nella vita a volte frenetica dell’operatore pastorale solo se davvero il mistero pregato e contemplato splende ai suoi occhi di bellezza e verità, e l’orante è così libero e appassionato da lasciarsene possedere, anzi da lasciarsi fecondare dallo splendore della verità!.14

La preghiera in Teresa è un atteggiamento umile, un mettersi davanti a Dio Padre in uno stato di ricezione e di attesa come un figlio amato. Dai racconti riportati dalla stessa Santa scopriamo lo stile abituale di affrontare nella fede gli eventi della vita. In particolare un episodio narrato nelle Fondazioni ci manifesta la personalità umile di Teresa che rinuncia ad affermare se stessa e le proprie convinzioni, sebbene buone e dettate da saggia prudenza, per rimettersi al volere di Dio. Sempre diffidente di quanto ascolta nella preghiera, ricorre alle mediazioni umane per discernere il volere divino: “Nonostante le gravi ragioni che mi sembravano contrarie, dopo tali parole (ricevute nell’orazione) non osai far altro che rimettermi alla decisione del mio confessore, così come in simili circostanze solevo fare. Lo mandai quindi a chiamare senza dirgli nulla di quanto avevo inteso nell’orazione. Facendo così, rimango più tranquilla. Però, supplico il Signore d’illuminare chi mi dirige affinché decida rettamente secondo le viste naturali. E molte volte ho veduto che quando Dio vuole una cosa, gliela pone in cuore. Così avvenne anche allora. Egli, infatti, dopo aver tutto esaminato, fu d’avviso che partissi, e io decisi d’andare”. (Fondazioni XVII, 4)

L’orazione per santa Teresa è l’incontro nella fede del figlio con Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo, luogo privilegiato per conoscerlo, lodarlo e ringraziarlo, ma soprattutto per disporsi a compiere la Sua volontà nel servizio alle membra visibili di Gesù che sono i fratelli. “Sì, se ella s’intrattiene spesso con Lui, come sarebbe doveroso, finisce col dimenticare se stessa per esaurire ogni sua preoccupazione nel cercare di maggiormente contentarlo e nel conoscere in quali cose e per quali vie possa mostrargli l’amore che gli porta. Questo è il fine dell’orazione… A questo tende il matrimonio spirituale; a produrre opere e opere, essendo queste il vero segno per conoscere se si tratta di favori e di grazie divine…”.15 L’unità interiore di Teresa gli permette di operare tutto, anche nelle azioni dirette all’uomo, avendo sempre come unico fine Dio. Per lei essere veramente spirituali “vuol dire essere gli schiavi di Dio, tali che, segnati con il suo ferro, quello della croce, Egli li possa vendere come schiavi di tutto il mondo, com’è stato per Lui… sorelle procurate di essere le ultime e le schiave di tutte, studiando in che modo e per quali vie vi sia possibile di meglio contentare e servire le altre.16

Leggendo la “Vita” di santa Teresa si resta ammirati per il suo indugiare nei dettagli dell’orazione e della scoperta delle sue vie, ancor più quando poi ne fa tutto un trattato nel “Castello interiore”, o si ferma a raccontare le relazioni che legano intimamente la vita spirituale con quella pratica nel “Cammino di perfezione”. Per questo abbiamo sottolineato la profonda spiritualità dell’Incarnazione che ha fatto di Teresa un’instancabile ricercatrice del volto di Cristo: un volto da amare e adorare nella fede e con le opere. “Per questo, ripeto, è necessario che cerchiate di non far consistere il vostro fondamento soltanto nel recitare e contemplare, perché se non procurate di acquistare le virtù e non ne fate l’esercizio, rimarrete sempre delle nane… Ecco, sorelle, quanto vorrei che procurassimo. Desideriamo e pratichiamo l’orazione non già per godere, ma per aver la forza di servire il Signore17(altro che contrapposizione Medioevale tra Marta e Maria di cui la memoria ci invita a meditare l’episodio evangelico).

Santa Teresa non trascura, né sottovaluta la preghiera Liturgica della Chiesa e, pur nelle difficoltà in cui spesso si trovava, non tralasciava mai di celebrarla con devozione e decoro. Tuttavia, riconosce che l’orazione è solo la condizione privilegiata per conservare e alimentare quel fuoco che l’amore accende nei cuori, creando e conservando le disposizioni dell’anima affinché attinga con maggior frutto alle altre fonti della grazia, in particolare ai Sacramenti di cui l’Eucaristia eccelle.

Ci siamo dilungati a parlare dell’orazione perché ci sembra il cuore dell’insegnamento di Teresa e per questo, lungo i secoli, la tradizione cattolica l’ha sempre chiamata maestra e dottore, ancor prima della proclamazione ufficiale della Chiesa. Questa considerazione sulla dottrina di santa Teresa ci permette di comprendere il dinamismo interiore che rinnovò interamente la sua vita: l’esperienza viva e vivificante del Signore Gesù alimentata dall’orazione assidua, coinvolse la vita di Teresa e la trasformò dall’iniziale esigenza di salvezza personale, al bisogno irresistibile di comunicare e donare agli altri l’amore che ha fatto irruzione nel suo cuore. Lei stessa racconta che, dopo alcuni anni in cui l’orazione era divenuta familiare alla sua giornata e il dolce colloquio con lo sposo la rapiva per lungo tempo, cominciava a svegliarsi in lei un desiderio di portare i benefici della preghiera a tutti gli uomini. Fu in quel periodo, scosso dai turbamenti della Riforma protestante con la distruzione della Chiese Cattoliche, che il Signore le mise in cuore il progetto di aprire dei luoghi in cui Dio potesse essere amato e glorificato da donne interamente plasmate dal suo Spirito. Verso il 1560 concepì il progetto di seguire la Regola primitiva con maggior perfezione.

Il racconto delle Fondazioni descrive molto dettagliatamente tutte le fatiche che tale impresa costituì per la Santa, mettendo in luce la fede profonda che le fece portare a termine i progetti nonostante gli ostacoli incontrati sia da parte degli uomini (guidati dallo spirito del male che si opponeva a quelle imprese che avrebbero recato un gran bene all’umanità), sia per le malattie a cui spesso andava soggetta.

Teresa non è comunque sola nelle sue imprese e Dio l’assiste per mezzo di due santi che la confortano e la aiutano nelle prime fondazioni, specialmente quella del monastero di san Giuseppe in Avila (1562), sono il gesuita san Francesco Borgia e il francescano san Pietro d’Alcantara. Non mancarono neppure uomini dotti, come i padri gesuiti e i domenicani in particolare Pietro Ibanes (1565) e Domenico Banez che la confermarono nella via spirituale favorita da grazie mistiche, e la sostennero nel percorso di approvazione della riforma dei Carmelitani Scalzi. Nel periodo di apertura del secondo monastero (1567), l’incontro con il neo-sacerdote Giovanni di san Mattia, il futuro san Giovanni della Croce, fu decisivo per inaugurare anche la riforma nel ramo maschile dell’ordine. In seguito il sacerdote divenne confessore della Santa e la aiutò nella direzione spirituale di vari monasteri.

Nell’epoca in cui “molte anime si perdevano”, nel dilagare della Riforma protestante e dell’invasione mussulmana, si confermava in lei il desiderio di operare per la gloria di Dio ben sapendo che “più che alla magnificenza delle opere, il Signore guarda all’amore con cui si fanno.18 Anche all’interno della Chiesa l’opera dell’Inquisizione imperversava nell’Europa e Teresa stessa fu sottoposta a verifiche minuziose. L’accusa più forte le venne nel 1577 dal Nunzio apostolico, che le diede l’appellativo di “femmina inquieta e vagabonda, disobbediente e contumace… che insegna come maestra in opposizione a quanto scritto da san Paolo proibendo alle donne di insegnare”. Questa prova mise in risalto la sua umiltà e sottomissione alla Chiesa rimettendosi con fiducia al suo giudizio, tanto che lo stesso Nunzio diverrà in seguito promotore dell’autonomia dei Carmelitani Scalzi presso la Corte spagnola.

La santa, inoltre, è abituata a fissare gli occhi in Dio e nei suoi santi per attingere dal loro esempio la forza per camminare su nuove vie: “Il giorno di S. Chiara, mentre stavo per comunicarmi, mi apparve questa Santa tutta raggiante di bellezza e m’incoraggiò ad andare innanzi, aggiungendo che anch’ella sarebbe venuta in mio aiuto. Presi ad esserle devota, e vidi la verità delle sue promesse… Soprattutto mi ispirò, a poco a poco, desideri così perfetti di povertà che, quanto a questa virtù, siamo anche noi come le sue figlie e viviamo di elemosina, benché non senza grandi fatiche si sia potuto ottenere dal S. Padre l’autorizzazione di mantenerci ferme a questa regola e di non avere rendite. Ora grazie alle preghiere di questa Santa gloriosa, il Signore fa assai di più, perché ci provvede sovrabbondantemente di ogni nostro necessario, senza che noi lo preghiamo.19

Il suo desiderio di povertà totale fu esaudito ampiamente restando “straniera e pellegrina” in questa terra anche in punto di morte. Le sorelle del monastero di Alba de Tormes, in cui si trovava di passaggio per obbedire ai superiori, vedendola gravemente malata, chiesero se volesse essere seppellita nel suo monastero di Avila, lei rispose se mancava loro un pezzo di terra in cui deporre il suo corpo. Teresa chiese dunque il Viatico e, dopo aver ringraziato Dio per averla fatta figlia della Chiesa e concederle di morire in essa, terminata la festa del poverello di Assisi, nella notte storica del 4 ottobre 1582 (in cui si passò dall’antico calendario giuliano a quello gregoriano divenendo 15 ottobre) lasciò l’esilio terreno per unirsi stabilmente nel Dio tanto amato e cercato.

La spontaneità dello stile dei suoi scritti farebbe moltiplicare le citazioni, almeno per non ridurre la fecondità interiore della Santa, né aggiungere commenti poco adeguati a un linguaggio ispirato, diventa per noi un invito rinnovato a meditare i suoi scritti, nei quali ha saputo esprimere i segreti della vita spirituale e spiegarli agli altri. Un aiuto, sempre valido, per guidare ogni cristiano ad “essere infiammato da un vivo desiderio di santità”, così come chiediamo nell’orazione colletta.

 

Pubblicato nel 2004 nella rivista liturgica diocesana di Roma

A cura delle sorelle Clarisse Cappuccine di Mercatello

non riproducibile senza autorizzazione

1 Giacché l’orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati. (Vita 8,5)

2 ANTONIO MARIA SICARI, Il grande libro dei ritratti di santi. Dall’antichità ai giorni nostri, Jaca Book Editrice, Milano 19991, 224

3 PAOLO VI, Discorso per la proclamazione di S. Teresa D’Avila dottore della Chiesa, 27 settembre 1979

4 CHARLES ANDRE’ BERNARD, Teologia spirituale, Edizioni Paoline, Roma 1983, 417 e Quarta edizione 1993, 453

Interessante la sintesi dell’autore sulle leggi generali della vita di preghiera di cui riportiamo qualche esempio:

unità interiore: Dal punto di vista psicologico l’unità della vita di preghiera sarà raggiunta tanto meglio quanto più la persona si sforzerà di vivere abitualmente in un certo raccoglimento, ossia compiere le proprie azioni con purezza d’intenzione, nella pace interiore ed esteriore e con lo spirito per quanto è possibile elevato a Dio. Senza questo raccoglimento abituale, infatti, difficilmente si sarà raccolti nell’orazione.

distacco del cuore: senza la costante ricerca della purezza d’intenzione, sarà molto difficile saper discernere il vero atteggiamento spirituale che costituisce la preghiera.

preparazione dell’orazione: sarebbe meglio assicurare una preparazione remota…

tempo dell’orazione: …un tempo che si dà al Signore senza preoccupazioni e senza aspettare un profitto immediato… un tempo necessario non solo in una vita contemplativa, ma anche in una vita cristiana coerente, e specialmente nella vita apostolica. Solo nell’orazione si forma il senso del Dio vivente.

fedeltà: …se alla prima difficoltà non si rimane fedeli, non si entrerà mai nella via regale dell’orazione, poiché le prove, le aridità, le stesse tentazioni importune accompagnano spesso l’approfondirsi della vita spirituale di un’anima.

Chi sarà fedele sperimenterà assai presto che il tempo lealmente dato a Dio opera una trasformazione reale nella forza e nella luce per il tempo avvenire.

5  PAOLO VI, Discorso per la proclamazione di S. Teresa D’Avila dottore della Chiesa, 27 settembre 1979

6 S. TERESA DI GESU’, Opere, Edizioni OCD, Roma 1977, 607

7 Cfr. Ibidem, 676

8 Ibidem, 959

9 C. A. Bernard ritiene che la base dottrinale, in generale, è molto importante e necessaria alla vita di orazione. È bene perciò incoraggiare i principianti a fare la lettura meditata di buoni libri dottrinali (eventualmente, ma con cautela, durante il tempo stesso della preghiera). Anche quando la preghiera diventa più personale e più semplice, l’approfondimento dottrinale aiuterà sempre colui che prega a non cadere nel vago e nel sentimentalismo.

10 Waltraud herbstrith, Teresa d’Avila, la vita, il pensiero, l’identità di donna, Città Nuova Editrice, Roma 1996, 55 e Castello Interiore II 1,9

11 S. TERESA DI GESU’, Opere, Edizioni OCD, Roma 1977, 1003

12 Ibidem, 772-773

13 Cfr ibidem, 607

14 AMEDEO CENCINI, Il respiro della vita, ed. San Paolo, Milano 2002, 108-109

15 S. TERESA DI GESU’, Opere, Edizioni OCD, Roma 1977, 958

16 Ibidem, 959

17 Ibidem, 960-961

18 Ibidem, 963

19 Ibidem, 337