7 dicembre Sant’Ambrogio

SANT’AMBROGIO

 

“Il santo, colui che teme il Signore,/ non sa desiderare/ se non la salvezza divina:/ Cristo Gesù,/ termine del suo anelito/ e delle sue attese;/ a lui è proteso con tutte le sue forze,/ in grembo alla sua anima riscalda Cristo./ A lui si apre e si effonde,/ e l’unico suo timore/ è quello di perderlo”1.

Queste parole di una preghiera di Ambrogio sono la sintesi più bella di quanto egli ha avuto a cuore, potremmo definirle il “filo d’amore” che ha intessuto la sua esistenza e l’ha resa grande agli occhi di Dio e degli uomini; in esse si nasconde la profondità del suo animo e la sorgente del suo agire.

La Liturgia della memoria ritrae a più colori l’immagine di questo gigante della Chiesa, venerato sia in Oriente sia in Occidente. Tra tutti i Padri latini, celebrato come uno dei quattro dottori della Chiesa con Agostino, Girolamo e Gregorio Magno, egli ha indubbiamente il pensiero più armoniosamente temperato.

La Liturgia, preparata per la celebrazione della sua memoria o festa, stupisce per la “fotografia” che ci presenta. Come in un album di famiglia ci sono delle foto che più delle altre colgono le espressioni tipiche della persona, così, nelle parti proprie del Santo, la Liturgia racchiude le linee essenziali che ne configurano la spiritualità.

La scelta delle letture per la Messa si prefigge di far intravedere, attraverso la luce della Parola, un aspetto centrale della vita di fede di un uomo. Per non togliere colore all’immagine dell’uomo di Dio, la prima lettura della memoria di sant’Ambrogio, fino al 2009 tratta dal libro del Siracide, ora invece è dal terzo capitolo della lettera agli Efesini, ha dovuto fare un collage di varie figure dell’Antico Testamento descritte nel libro (Sir 44,16-17.19-20.23; 45,1-4.15-16). Per indicare la profonda fede che caratterizzò la vita di Ambrogio propone l’elogio del padre Abramo; per rilevare la statura morale integra dell’amico di Dio e del compito di pastore che guidò con saggezza il suo gregge è paragonato a Mosé; infine, per esaltare la bellezza innovativa apportata allo stile celebrativo della liturgia, è accostato al sacerdozio di Aronne.

In questa lettura troviamo così la celebrazione dell’uomo, e dell’uomo di fede in particolare, del Maestro che guida il suo popolo e del sacerdote che si fa mediatore tra Dio e gli uomini magnificandone la gloria.

 

In primo luogo vediamo dunque chi era l’uomo Ambrogio e il suo cammino di fede.

Ambrogio nacque a Treviri, in Renania, da una famiglia patrizia cristiana, verso il 339 (suo padre, prematuramente scomparso, era prefetto del pretorio per la Gallia). Alla morte del padre la madre si trasferisce a Roma per fornire un’adeguata istruzione ai figli Marcellina, Satiro e Ambrogio. A Roma Ambrogio studiò diritto e retorica divenendo avvocato, incaricato della prefettura del pretorio nel 365 a Sirmio, in seguito fu nominato Consigliere del prefetto, poi eletto “Consularis” e inviato a reggere la provincia dell’Emilia-Liguria che aveva sede a Milano.

Secondo la formazione cristiana dell’epoca, l’età del Battesimo era differita, molti lo ricevevano così in età avanzata e addirittura solo prima di morire, soprattutto negli ambienti nobili a causa del pessimo esempio degli imperatori. La madre di Ambrogio era restia a battezzare i figli maschi, pur avendone assegnato i nomi cristiani e istruiti nella religione, abituandoli alle pratiche di pietà e alla lettura della Bibbia; temendo che si macchiassero di peccati con la loro carriera pubblica, ancora impregnata di usi e riti pagani. Solo dopo aver sperimentato la bellezza della filiazione divina, sant’Ambrogio cercherà di correggere questo modo di pensare.

Ambrogio e il fratello furono iscritti fin da bambini al catecumenato (ricevendo il sale benedetto simbolo della Sapienza e segnati con la croce sulla fronte), tuttavia da adulti non chiesero il battesimo. La loro casa era sempre frequentata da Vescovi e uomini santi e probabilmente ebbe anche rapporti di amicizia con Atanasio di Alessandria quando fu esule a Roma (e anche nell’esilio di Treviri, se si ritiene il 334 l’anno di nascita di Ambrogio). L’esempio di vita cristiana nella casa di Ambrogio aveva antiche origini, annoverando fra i suoi antenati anche la santa martire Sotere, uccisa durante la persecuzione di Diocleziano. La sorella Marcellina, di cui Ambrogio ebbe sempre grande stima e venerazione, intorno all’anno 353, nel giorno di Natale, chiese il velo delle Vergini al Papa Liberio, consacrandosi interamente all’amore di Cristo.

Per Ambrogio l’esercizio della Magistratura a Milano non fu facile, lo splendore della città che non sentiva il peso del confronto con la vicina Roma, viveva nella chiesa un periodo turbolento e scosso dalla lotta tra ariani e cattolici che suscitava continui tumulti di popolo (aggravati dal governo quasi ventennale di un vescovo ariano). Da quella figura minuta dai lineamenti gentili, traspariva la forza profonda della virtù che gli faceva esercitare la carica governativa con onestà e imparzialità, fedele all’imperatore e nello stesso tempo pieno di amore e misericordia verso il popolo. Il suo temperamento calmo e fermo, la sua correttezza morale, la sua preparazione giuridica e la sua cultura completa, con il fascino della parlata elegante e suasiva, gli attirarono la simpatia di tutti. In seguito alla morte del vescovo ariano Aussenzio, il suo intervento nella chiesa per riportare la folla alla calma e alla pacificazione, dopo il turbamento generato dai contrasti per l’elezione del successore, trovarono l’accordo unanime quando dalla folla una voce acclamò: “Ambrogio vescovo”. Invano Ambrogio cercò di sottrarsi a questo compito ma, sebbene le leggi ecclesiastiche proibivano l’elezione a vescovo di un neofita, nessun vescovo osava porre obiezione. Anche l’imperatore, Valentiniano, mostrò il suo gradimento, e ordinò persino di consegnare Ambrogio a chiunque lo nascondesse. Giunse così all’episcopato per una serie inaspettata di circostanze storiche e ambientali e, quale uomo di Dio aperto alla grazia, “modellò la sua vita sulle esigenze di quel ministero che la Provvidenza gli poneva nelle mani e nel cuore; ad esso dedicò le sue energie, la sua esperienza e le sue ricche doti e capacità”2.

 

Il ministero pastorale.

Inizia una seconda fase della vita di Ambrogio che ben corrisponde all’esaltazione di Mosé che ne fa il libro del Siracide: Lo rese glorioso come i santi e lo rese grande a timore dei nemici… lo glorificò davanti ai re; gli diede autorità sul popolo… lo santificò nella fedeltà e nella mansuetudine”.

Ambrogio si mise, con la diligenza di sempre, a prepararsi al Battesimo scegliendosi come padre e maestro un saggio prete di nome Simpliciano (che fu poi suo successore nella sede di Milano). Battezzato il 30 novembre, in una settimana ricevette tutti i gradi degli ordini fino alla consacrazione episcopale il 7 dicembre del 374. Ambrogio iniziò così il suo ministero, vivendo “la fretta” di Maria nella Visitazione, “lieto e desideroso di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che gli veniva dall’intima gioia… La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze…”; come annota nel commento a san Luca che si legge il 21 dicembre nell’Ufficio delle Letture.

Ai suoi preti Ambrogio racconterà che, strappato ai tribunali e alla magistratura, si trovò ad insegnare ancor prima di aver tempo per imparare. Profondamente consapevole della propria responsabilità di testimone privilegiato della fede, si dedicò allo studio della Sacra Scrittura, del pensiero cristiano dei Padri della Chiesa, sia latina che greca, e approfondì la filosofia di Filone alessandrino e di Plotino. Aiutato dalla conoscenza della lingua greca, assimilò i contenuti e soprattutto ne colse lo spirito, lasciando un metodo sperimentato per accostarsi ai testi Sacri:

“Grande è l’oscurità delle Scritture profetiche! Ma se tu bussassi con la mano del tuo spirito alla porta delle Scritture, e se esaminassi con scrupolosità ciò che vi è nascosto, a poco a poco cominceresti a raccogliere il senso delle parole, e ti sarebbe aperto non da altri, ma dal Verbo di Dio… Egli solo ci ha fornito la chiave del sapere e ci ha dato la possibilità di aprire”3.

La testimonianza di Agostino ci presenta l’affascinante predicazione del Vescovo di Milano che attirava l’ascolto delle folle per la soavità della parola che lasciava incantati: “Mia madre, Monica, accorreva con assiduità alla chiesa e pendeva dalle labbra di Ambrogio, fonte di acqua zampillante per la vita eterna”. (Confessioni, VI, 1 )

Avendo molto assimilato dall’esegesi spirituale della scuola Alessandrina, offriva al popolo abbondanti spiegazioni della Scrittura Sacra, invitando tutti a dissetarsi alle fonti della Parola: “Bevi dunque tutt’e due i calici, dell’Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi bevi Cristo, che è la vite; bevi Cristo, che è la pietra che ha sprizzato l’acqua; bevi Cristo, che è la fontana della vita; bevi Cristo, che è il fiume la cui corrente feconda la città di Dio; bevi Cristo che è la pace”4.

Nei suoi scritti Ambrogio non apporterà novità di dottrina o di pensiero, ma, grazie all’esperienza profonda delle conoscenze acquisite, rielaborerà in modo originale, con lucidità di esposizione e sapiente adattamento pastorale, la dottrina cristiana (lo Spirito Santo nell’uomo fa sempre cose nuove per il bene della Chiesa). Lo stile tenuto nella predicazione lo possiamo cogliere, come riflesso in uno specchio, nelle parole della lettura dell’Ufficio: I tuoi sermoni siano fluenti, puri, cristallini, sì che il tuo insegnamento morale suoni dolce alle orecchie della gente e la grazia delle tue parole conquisti gli ascoltatori perché ti seguano docilmente dove tu li conduci. Il tuo dire sia pieno di sapienza”. Proprio la coerenza tra la sua parola e la vita gli attirò la simpatia di molti, tanto che i suoi avversari lo tacciavano di aver “stregato” il popolo (anche gli ariani, abituati all’arrogante durezza dei sermoni, preferivano ascoltare il vescovo cattolico).

La sua prima opera pastorale fu la rinuncia dei beni della famiglia e la loro distribuzione a favore della Chiesa di Milano. La sorella Marcellina, già consacrata al Signore, disse di aver bisogno di poco, mentre il fratello Satiro si mise a servizio di Ambrogio, aiutandolo nell’amministrazione e nella costruzione delle Chiese. Fu proprio per riscuotere i proventi dei terreni in Africa che Satiro si ammalò gravemente, e dopo poco tempo dal suo rientro a Milano, morì tra le braccia del fratello. La grande stima di Ambrogio per il fratello culmina nelle parole pronunciate nell’elogio funebre: “Abbiamo portato qui la mia ostia, l’ostia incontaminata, l’ostia cara a Dio, il mio Satiro…Eri tu che riempivi la nostra vita nelle ansie e nelle gioie! Oh, quanto ammiravo, tacito, tra me stesso, le tue virtù!“. E anche la sorella Marcellina si strinse al dolore del fratello, sostenendolo con la sua vicinanza e premura materna. Ci sembra questa l’occasione per dare una breve parentesi dell’affetto di Ambrogio per la famiglia. Del padre Ambrogio non ci sono riferimenti, forse perché scomparso in tenera età. Neppure della madre abbiamo degli scritti, tuttavia l’insegnamento sul rispetto e la cura che i figli debbono alla madre, ci fa intuire la profonda tenerezza che nutriva per lei. Le numerose lettere alla sorella che ci sono pervenute, mostrano tutta la stima e l’affetto che il vescovo le portava, ne dà prova l’intestazione che si ripete in tutte: “Alla sorella, più cara della vita e degli occhi, il fratello. Tu sai che non sono capace di tacere alla tua santità cosa alcuna di ciò che qui si sta svolgendo, durante la tua assenza…”.

L’opera del pastore Ambrogio a favore dei poveri è veramente mirabile ed espressione di quelle viscere di misericordia che lo assimilavano al Signore Gesù che aveva sempre sulle labbra e nel cuore. Un episodio, che ha destato lo sdegno dei nemici ariani, ci mostra lo spirito e l’intraprendenza del Vescovo a favore del suo popolo. Durante un’invasione barbarica nel 378, furono fatti numerosi prigionieri, Ambrogio non risparmiò neppure i calici sacri per riscattarli con quell’oro. La risposta alle accuse ariane diventa una bellissima pagina di teologia: “Non c’è nulla di più bello e di più conveniente che prendere un calice e usarlo tutto intero per il riscatto: usare il sangue che esso ha contenuto per riscattare le anime, e usare l’oro di cui è fato per riscattare i corpi”.  Lo imiterà san Paolino di Nola e, più tardi, troverà in oriente un fedele discepolo in Giovanni Crisostomo.

Gli impegni pastorali di una grande diocesi come Milano, divenuta sede dell’impero erano davvero molti, ma non per questo Ambrogio si sottraeva allo studio e alla formazione diretta dei catecumeni, oltre a redigere opere per diffondere la dottrina ortodossa e confutare le eresie dilaganti, in particolare quella ariana. La testimonianza diretta di sant’Agostino, nel periodo travagliato per aprirsi totalmente alla Verità del cristianesimo, così attesta del vescovo: “Non riuscivo a porgli le domande che avrei voluto, e come avrei voluto, perché mi separavano da lui masse di persone piene di problemi per le cui necessità egli si prodigava; e quando non era con loro, o ristorava il corpo con il necessario, o alimentava l’anima con letture. E quando leggeva, gli occhi correvano attraverso le pagine, la mente penetrava il significato, e la bocca taceva. Spesso, essendo noi presenti (poiché non era proibito a nessuno d’entrare, né c’era l’uso di annunciargli chi entrava), l’abbiamo visto leggere in silenzio e mai in altro modo, e, dopo esserci anche noi seduti con discrezione (chi avrebbe avuto il coraggio di disturbare una persona così intenta?), ce ne andavamo pensando che lui, per quel poco di tempo che si concedeva per ritemprare la sua mente libero dall’assillo dei problemi altrui, non volesse essere distratto da altre cose…”.  Agostino, (Confessioni, VI, 2)

La Liturgia bizantina, che ne celebra la memoria lo stesso giorno di quella latina, così condensa in una strofa del Vespro l’attività di Ambrogio: “Con continenza, fatiche, molte veglie e intense preghiere, hai purificato l’anima e il corpo, o uomo di mente divina: divenuto così per il nostro Dio strumento d’elezione come gli apostoli, hai ricevuto i carismi”5.

 

In dialogo con il mondo politico

La grandezza del pastore di Milano appare ancor più chiara quando è ben collocata nell’alveo storico in cui ha vissuto. Milano era sede dell’imperatore, ma il periodo di decadenza che viveva, l’invasione barbarica che lo stava minacciando, non garantiva una stabilità politica. Inoltre, la giovane età degli imperatori (dopo la morte di Valentiniano I nel 375 e di Teodosio nel 395), favoriva l’influsso degli usurpatori di turno. In queste circostanze Ambrogio si trovò a vigilare sul gregge a lui affidato e, con la fedeltà e la stima che da sempre portava all’imperatore, dovette più volte affermare l’indipendenza spirituale della Chiesa di fronte allo Stato. Ambrogio fece così naufragare un tentativo di restaurazione pagana nella città, convincendo l’imperatore a rifiutare la domanda di ripristinare in Senato la statua della dea Vittoria (384). Con una fermezza ed un equilibrio lungamente provato, nella Quaresima del 385 si oppose all’imperatrice ariana Giustina che pretendeva una Basilica per celebrarvi la Pasqua con i suoi (su questo fatto torneremo ancora). Qualche mese dopo, nonostante le difficoltà e i rischi affrontati per non cedere alle imposizioni degli eretici, Ambrogio si mise di nuovo a disposizione del piccolo imperatore Valentiniano II (figlio di Giustina), per risolvere alcune situazioni di governo, patrocinandone la causa. Il giovane Graziano lo avrebbe voluto vicino a lui nelle difficoltà di governo (ritiratosi in Gallia dopo che fu proclamato Augusto il fratello minore Valentiniano II), e a lui sono indirizzati numerosi scritti sulla dottrina cristiana. Per entrambi i giovani imperatori Ambrogio fu come un padre. L’imperatore Valentiniano II sarà ucciso prima che Ambrogio potesse Battezzarlo, tuttavia la premura del pastore nel tesserne l’elogio funebre, dimostra a qual punto stimasse la sua formazione cristiana, ritenendo il suo desiderio di essere Battezzato una grazia equivalente al Sacramento.

In questi episodi vediamo descritti quanto la Liturgia nell’orazione Colletta, con due abili pennellate, ci presenta: “un insigne maestro della fede cattolica e un esempio di apostolica fortezza”. Quest’ultimo elemento è particolarmente posto in rilievo nella sua relazione con gli imperatori, dovendo più volte affermare con forza impavida la libertà della Chiesa dal potere politico.

L’imperatore Teodosio il Grande, fin dalla prima volta in cui partecipò all’Eucaristica celebrata da Ambrogio, dovette accettare con sorpresa le differenze apportate dal vescovo di Milano. Infatti, a Costantinopoli l’imperatore aveva il suo trono in presbiterio, vicino al celebrante, mentre a Milano aveva solo un posto d’onore tra i fedeli. La libertà interiore che Ambrogio si era conquistato, purificandosi dal peccato e conformandosi per grazia a Gesù Cristo, gli permetteva di affrontare con franchezza l’assolutismo imperiale sostenendo che «l’imperatore è nella Chiesa, e non al di sopra di essa».

Con una diplomazia e una carità edificante, seppe costringere lo stesso Teodosio a penitenza pubblica per aver represso con un massacro una rivolta a Tessalonica nel 390. E l’imperatore depose le vesti regali, accettando di starsene in vesti umili, escluso dall’Eucaristia; si mortificava e digiunava, mentre la Chiesa pregava per lui (in tempi in cui l’imperatore era considerato superiore ad ogni legge). Ambrogio, per rispetto alla sua dignità, limitò il tempo della penitenza (allora si trattava di mesi ed anni). Nel 395, l’elogio funebre tessuto da Ambrogio per la morte dell’imperatore, evocherà questo fatto come esempio di autentica vita cristiana: “Ho amato quest’uomo che pianse nella Chiesa pubblicamente il suo peccato…Lui, l’imperatore, non si vergognò di quello di cui si vergognano i privati cittadini: di fare pubblica penitenza, e in seguito non passò giorno che non piangesse il suo errore”.

Ambrogio, che richiamava a sottoporsi alla legge divina anche le più alte cariche pubbliche, sapeva riconoscere la sua umiltà davanti a Dio e agli uomini e pregava dicendo “Preserva, o Signore, il tuo dono. Custodisci il bene che mi hai elargito, anche se da esso rifuggissi. Ero consapevole, infatti, di non meritare di essere chiamato vescovo, giacché mi ero votato al secolo. Ma per grazia tua sono ciò che sono…Non permettere che chi già sull’orlo della perdizione è stato da te chiamato al sacerdozio, ora, che è tuo ministro, soccomba…Mi hai chiamato, perché impari a condolermi di tutto cuore dei travagli del peccatore… perché, ogni volta che si tratti della colpa di un uomo, senta di lui pietà e non lo riprenda con durezza, bensì provi dolore e pianga. Ciò, affinché, nel momento in cui verso lacrime su di un altro, pianga su me stesso e possa dire: «Tamar è più giusta di me»”6.

Un’attenzione privilegiata aveva Ambrogio per il suo presbiterio, le cui premure paterne arrivarono a fargli confessare un amore non inferiore a quello di un padre che genera nella carne. La sua devozione a Maria era tale da avere grande stima per la verginità consacrata, oltre ad essere l’unico Padre della Chiesa a tenere in alta considerazione la donna.

L’amore del pastore per il suo gregge, per strapparlo ai lupi rapaci e guidarlo ai pascoli erbosi, consumò le sue energie fino alla fine, morendo il Sabato Santo del 4 aprile 397. Senza di lui, pochi anni dopo, la sua Milano sarà invasa dalle truppe dei goti di Alarico, ma non sarà dimenticata la sua opera che continua imperitura nei secoli.

 

La liturgia

In quest’ultima parte lasceremo spazio all’esercizio del culto di Ambrogio. Abbiamo già accennato alla sua funzione di mediatore tra Dio e gli uomini, usando tanta misericordia nel riportare i penitenti alla riconciliazione con Dio; daremo ora un breve sguardo a quanto fece per il culto dei misteri divini.

Tra le sue opere, frutto più di una raccolta omiletica che di una redazione teologica sistematica, i Sacramenti, di cui fornisce una spiegazione dottrinale esaustiva e semplice, sono senz’altro le più conosciute, infatti, si leggono nella Liturgia delle Ore ben sette testi.

Tutta la Liturgia è il cuore della vita di Ambrogio e per questo si prodiga nel preparare dei formulari appropriati al momento celebrativo (il Messale si stava ancora abbozzando). Una cura particolare sicuramente è stata la preparazione della Veglia Pasquale (ne abbiamo ancora oggi le parti nel Preconio), e della celebrazione dei Sacramenti.  Dai Sacramenti, soprattutto dall’Eucaristia, Ambrogio attingeva la linfa vitale della sua esistenza come confermano le sue parole: “La comunione con Cristo è dunque comunione con lo Spirito. Ogni volta che bevi, ricevi la remissione dei peccati e sei inebriato dallo Spirito. È per questo che l’Apostolo ha detto: «Non ubriacatevi di vino, ma riempitevi di Spirito». Infatti chi si inebria di vino barcolla ed esita. Ma chi si inebria di Spirito è radicato in Cristo”7.

Lo stesso tema si ripete là dove l’animo di Ambrogio si espande in tutta la sua ampiezza: nella lirica poetica delle preghiere e degli inni, come nell’inno Splendor paternae gloriae: “Cristo sia nostro cibo,/ la fede ci disseti;/ beviamo con gioia la sobria/ ebbrezza dello Spirito”.

In ogni ambito Ambrogio seppe vivere come l’uomo saggio del Vangelo che sa trarre dal prezioso tesoro della Chiesa, cose nuove e cose antiche. In primo luogo, seppe utilizzare le cognizioni acquisite quali l’arte retorica e la conoscenza del greco, per lo studio e la predicazione. In secondo luogo, accogliendo l’eredità del Vescovo ariano Cappadoce che aveva introdotto usanze orientali nelle celebrazioni liturgiche, e unendovi la sua abilità musicale (appresa da fanciullo), Ambrogio seppe apportare equilibrate e sapienti formulazioni nelle celebrazioni liturgiche, rimaste fino ai nostri giorni sotto il nome di rito ambrosiano. Questo è l’unico rito ancora in uso, insieme con quello romano, nella Chiesa Latina. Nel corso dei secoli non mancarono tentativi di soppressione per unificare tutto in un unico rito. Per primo Carlo Magno cercò di unificare le cose riguardanti la religione, ma non vi riuscì; poi all’inizio del primo Millennio ci riprovarono, ma invano; infine nel Cinquecento, le prove di soppressione degli spagnoli furono fermate da san Carlo Borromeo, così il rito ambrosiano resta vivo fino ad oggi spandendo il profumo della sua freschezza.

Inebriato della grazia dello Spirito, Ambrogio ha saputo creare formule dottrinali e dare afflato poetico a molti concetti teologici, così da presentare le verità cristiane in modo facilmente comprensibile e assimilabile dal popolo. La Liturgia Bizantina racchiude in una breve invocazione l’abile arte celebrativa del Santo: “Padre santo Ambrogio sacratissimo, lira che canta per tutti noi la melodia salvifica delle dottrine ortodosse, lira che affascina le anime dei fedeli; cetra sonora del divino Paraclito; grande strumento di Dio; tromba della Chiesa degna di lode; limpidissima fonte di carismi che lava la sozzura delle passioni: supplica Cristo, implora Cristo, o santo, di donare alla Chiesa la concordia, la pace e la grande misericordia”8.

L’amore di Ambrogio per Dio si esprime con tutto il suo ardore nella celebrazione liturgica: “così, non solo trattiene la Parola nel segreto del suo cuore, mediante la preghiera, ma anche la bacia con voci di coro salmodiante come con i baci del suo amore. E così essa è soffusa del profumo delle melagrane, cioè del profumo di vari e innumerevoli frutti, e prima di tutto del profumo della fede”9.

Dalle sue opere possiamo intuire quanto Ambrogio stimasse il canto come una delle espressioni più alte della lode che una creatura potesse innalzare a Dio e, da vero amante della musica nonché dotato di talento artistico, favorì “nella Chiesa milanese l’ instaurarsi dell’usanza consolante ed educativa di celebrare i riti con il canto corale eseguito molto accuratamente dai fratelli tutti insieme”10.

Nell’episodio già menzionato, in cui l’imperatore, per l’influenza dell’imperatrice, con forza voleva che il Vescovo consegnasse una chiesa agli ariani, la testimonianza diretta di Agostino desta la nostra ammirazione: “…Il popolo devoto vegliava in chiesa pronto a morire con il proprio vescovo, tuo servo. Là passava le sue ore in preghiera mia madre…Fu allora che cominciò l’uso di cantare inni e salmi al modo degli orientali, affinché i fedeli non si annoiassero o si struggessero nella pena”11Interessante la “strategia psicologica” che utilizzò Ambrogio per coinvolgere ed esaltare il popolo, già spiritualmente preparato e motivato, e così resistere senza armi alla violenza dei prepotenti. Come non cogliere in questo avvenimento, tutta la potenza nascosta del Bene nella relazione con Dio, che esercita il suo fascino per la Verità nelle parole che contengono il Verbo, e la Bellezza della forma nel canto e della metrica poetica! Quale insegnamento possiamo raccogliere da questa esperienza per stimolare o ridare tono alle nostre assemblee liturgiche!

Ambrogio sapeva che “Per mezzo delle anime sante che formano le assemblee lodanti, la Chiesa desta Cristo (come la sposa del Cantico)… Le celebrazioni solenni fanno sfolgorare la Chiesa e lei – che prima, durante il giorno, era bruna – ora splende e brilla nelle notti. Anche il Signore stesso si rallegra per l’omaggio così intenso di quelle anime salmodianti ed esclama: Poni me a sigillo del tuo cuore, a sigillo del tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore (Ct 8,6)”12.

Agostino, trovandosi a vivere le celebrazioni liturgiche, sarà toccato nell’intimo e non lo nasconderà: “Quanto ho pianto di profonda commozione al sentire risuonare nella tua chiesa il sereno modulare dei tuoi inni e cantici! Quelle voci che scendevano alle mie orecchie favorivano il fluire della verità nel mio animo infuocandolo di devozione mentre le lacrime scorrevano: ed io ne sentivo un gran benessere”13.

Quello che Ambrogio asseriva, commentando la gioia di Simeone (Lc 2,30), la Chiesa intera lo può ben riferire a lui stesso: “la nascita dei Santi si accompagna ad una letizia generale, poiché è un bene di tutti. La giustizia, infatti, è una virtù che si rivolge a utilità di tutti”. Ambrogio viveva in un’epoca in cui la gloria del cielo risplendeva per la schiera dei “martiri”, e per questo si prodigava per venerarne le reliquie. La comunione dei santi, vissuta consapevolmente come esempio e stimolo a vivere la sequela di Cristo oltre che a mediazione di intercessione, animava Ambrogio a ricercarne le spoglie. In una lettera alla sorella troviamo tutto il desiderio di poter offrire al popolo le reliquie dei martiri sia per la testimonianza visibile, sia per l’intercessione presso Dio. Fu così esaudito nella sua preghiera e, per ispirazione divina, indicò il luogo dove furono rinvenuti i resti dei santi Protasio e Gervasio a Milano (386) e, quando era in “esilio” a Bologna (393), le reliquie dei martiri Agricola e Vitale riposte poi da lui stesso in una nuova Basilica a Firenze.

Dopo esserci accostati alla figura affascinante di sant’Ambrogio, diventa struggente il desiderio di vedere esaudita l’invocazione che la Chiesa rivolge a Dio con le parole della Colletta: “suscita nella Chiesa uomini secondo il tuo cuore, che la guidino con coraggio e sapienza”.

Ti supplichiamo, o Dio Padre, noi cristiani perché abbiamo bisogno di guide coerenti e coraggiose, innamorate unicamente del Tuo Figlio Gesù, perché confermino la fede dei forti, sostengano i deboli e illuminino i dubbiosi. Ti preghiamo, Gesù Cristo Signore, guarda la nostra umanità sempre alla ricerca della verità e sempre ingannata dall’illusione del falso che allontana da Te che sei la Verità Eterna, donaci maestri santi, come Ambrogio, che testimonino con la parola e la vita la bellezza di chi Ti conosce e Ti ama. Guarda, Spirito Creatore, il nostro mondo Occidentale, cosiddetto civilizzato eppure sempre schiavo delle “idolatrie pagane”, e donaci pastori audaci e geniali che sappiano guidare la Tua Chiesa, anche nelle tempeste che la sommergono soprattutto in questo tempo di Pandemia, verso il porto sicuro del Tuo Regno.

1 SANT’AMBROGIO, PREGHIERE raccolte e commentate da Inos Biffi, Ed. Piemme, Casale Monferrato, 19962, 25

2 GIOVANNI PAOLO II, Lett. ap. Operosam Diem (1° dicembre 1996), 1

3 AMBROGIO, Expositio ps. CXVIII, VIII, 59

4 AMBROGIO, Explanatio ps. I, 33

5 Anthologhion, IV, Ed. Lipa, Roma 2001, 1027

6 Ambrogio, La penitenza, Città Nuova Editrice, Roma 19872, 117-118

7 Ambrogio, I sacramenti, V, 3, 17

8 Anthologhion, IV, Ed. Lipa, Roma 2001, 1028

9 AMBROGIO, Commento al salmo 118, XIX, 25

10 Cfr. AGOSTINO, Confessioni, IX, 7

11  Ibidem

12  Cfr. AMBROGIO, Commento al salmo 118, XIX, 26-28

13 AGOSTINO, Confessioni, IX, 6ù