Santi Basilio e Gregorio Nazianzeno app

SANTI BASILIO E GREGORIO

 

Il 2 gennaio, dopo la celebrazione della divina maternità di Maria, la liturgia del tempo di Natale ci propone la venerazione dei santi Basilio e Gregorio. Questi due santi Vescovi e dottori della Chiesa sono uniti nel ricordo per l’amicizia profonda che li ha caratterizzati nel loro pellegrinaggio terreno. Nella celebrazione del Natale del Signore meditiamo l’immenso Amore di Dio venuto sulla terra per rendere gli uomini partecipi della vita divina. L’Evangelista Giovanni nella sua prima lettera afferma che la gioia perfetta della comunione con Dio si compie nel dono della “buona notizia” ai fratelli: questo testimoniano le figure dei due santi attraverso una profonda vita intima con Dio con identico ideale teologico e ascetico, condivisa nel medesimo atteggiamento nei confronti del mondo ecclesiastico, politico e culturale del tempo. Nella liturgia Occidentale vengono ricordati nello stesso giorno solo i martiri; la celebrazione in un unico giorno della memoria di due santi può essere vista alla luce della testimonianza di fede vissuta nella quotidiana offerta di se stessi a Dio come disse lo stesso Basilio: “Loda con sincerità colui che ha subito il martirio affinché tu possa diventare martire nella volontà e ti renda degno delle medesime ricompense pur senza persecuzione, senza fuoco, senza flagelli”1.

 San Gregorio nacque verso il 330 nei pressi di Nazianzo da Gregorio e Nonna. Il padre si convertì al cristianesimo in tarda età e fu eletto vescovo di Nazianzo l’anno precedente la nascita del santo. La mamma, donna di profonda fede, non solo riuscì a convertire il marito ma, dopo la nascita della figlia Gorgonia, desiderosa di avere un figlio maschio, fece voto di consacrarlo a Dio. La sua richiesta fu ampiamente esaudita e, dopo Gregorio, nacque anche Cesario. Gregorio fu educato cristianamente in famiglia, formato dapprima nella scuola della sua città e poi a Cesarea di Cappadocia dove incontrò per la prima volta Basilio.

San Basilio nacque verso il 330 a Cesarea in Cappadocia da una famiglia numerosa (5 figli e 5 figlie), di nobile origine e di salda tradizione cristiana. Nel panegirico che ne fece lo stesso Gregorio alcuni anni dopo la morte, nella famiglia di Basilio erano già onorati come santi: la nonna paterna Macrina, i genitori Basilio ed Emmelia, la sorella maggiore Macrina e, più tardi, anche i fratelli Gregorio vescovo di Nissa e Pietro Vescovo di Sebaste (in Occidente è venerato solo Gregorio di Nissa che insieme al fratello e a Gregorio di Nazianzo formano la triade dei padri Cappadoci). Basilio, a soli tredici o quattordici anni, rimase orfano del padre -uomo rinomato in città per il suo insegnamento- così, trovandosi contemporaneamente privato anche di un bravo maestro di retorica, iniziò a frequentare le scuole d’eloquenza della metropoli dove conobbe Gregorio. La sua permanenza in città fu di pochi anni, poi gli studi proseguirono a Costantinopoli e per ultimo ad Atene dove, incontrando di nuovo Gregorio, si consolidò la loro amicizia.

Gregorio, invece, aveva proseguito la sua formazione facendo tappa prima a Cesarea di Palestina, poi ad Alessandria dove era Vescovo Atanasio e qui aveva frequentato la scuola teologica ancora dominata dall’influenza di Origene. Verso il 350, Gregorio tornò ad Atene dove, con l’amico Basilio, frequentarono la scuola di filosofia e di eloquenza e, prima di lasciare la città  divenne maestro di retorica. Per circa 5 anni i due amici rimasero uniti, ma il desiderio di Basilio di praticare la vita monastica non si adattava al movimento della metropoli e ben presto lasciò nell’amarezza l’amico Gregorio, che si sentì come “un corpo tagliato in due”, per tornare a Cesarea.

Ritornato nel paese natale, Basilio divenne insegnante di retorica e, debole di fronte alle tentazioni dell’orgoglio, si lasciò trascinare dalle seducenti attrattive di gloria e successo del secolo. Le parole della sorella Macrina risvegliarono “come da un sonno profondo” Basilio che si rattristò per la miserabile condizione in cui era caduto e si volse interamente alla “luce sfolgorante della forza del Vangelo”2 ; ricevette il Battesimo e si mise alla ricerca di una maestro di ascetica nei “deserti” della Siria, della Mesopotamia e dell’Egitto. Non trovando però il desiderato Eustazio (uno dei primi iniziatori della vita religiosa in Cappadocia), decise di ritirarsi nella solitudine sulle rive dell’Iris presso Neocesarea vicino alla sorella Macrina.

Gregorio non tardò a rispondere al fascino suscitato dalla corrispondenza con l’amico e tornò a Nazianzo dove continuò l’insegnamento. Sembra che durante il viaggio di ritorno in Cappadocia  ricevette il Battesimo secondo l’usanza dell’epoca di amministrare il sacramento nell’età adulta. In seguito raggiunse l’amico per dedicarsi alla vita contemplativa: “Il deserto silenzioso per me è stato sempre fonte di cammino verso Dio, cioè di progresso nella vita divina”3. Per Basilio non esiste l’uomo solo nel suo cammino verso Dio, ma la comunità dei fratelli che cammina verso il Padre, come scrisse nella sua Regola per i monaci: “niente è tanto proprio alla nostra natura che aver bisogno l’uno dell’altro, e ricercarsi reciprocamente e amare ciò che si ricerca. Quindi, poiché il Signore ha posto in noi i germi di queste virtù, senza dubbio richiederà anche il loro frutto, e accetterà come prova del nostro amore per lui l’amore verso il prossimo”4. Di nuovo insieme i due amici si dedicarono interamente allo studio della Sacra Scrittura e della tradizione, alla preghiera e, raccogliendo i brani più belli di Origene, composero quella preziosa antologia chiamata Philocalia. Nell’Ufficio delle Letture la liturgia ci offre un brano in cui Gregorio descrive la profondità dell’amicizia cristiana tutta protesa alla vita eterna attraverso l’emulazione vicendevole, la gara negli studi e l’esercizio delle virtù. Per Basilio l’edificazione del fratello fu così importante da inserire nella sua regola una sollecitazione al riguardo: “Perciò in tutti i modi dobbiamo compiere non ciò che è lecito a noi, ma quello che edifica il prossimo, e non piacere a noi, ma al prossimo, per la sua edificazione”5.

La vita cenobitica per i due amici non poté continuare a lungo perché Gregorio fu spinto a tornare a Nazianzo sia a causa del faticoso lavoro di sostentamento nei boschi, che si rivelò contrario al suo fisico, sia per le insistenti suppliche del padre che lo invitavano a stargli vicino per aiutarlo nel governo della diocesi. Verso il 362 Gregorio fu ordinato sacerdote dal padre nonostante le sue resistenze come scrisse un giorno all’amico: “Siamo stati fatti preti dietro forti istanze. Non l’abbiamo certo chiesto noi! Possiamo vicendevolmente renderci testimonianza di questo, noi che cercavamo la filosofia (cioè la vita monastica), che cammina a piedi e rimane sempre in basso”6.  Gregorio ha l’animo desideroso di contemplazione come scrisse: “Non essere mai sazi di Dio e delle cose di Dio! A chi lo accoglie, egli dona ancora di più. Egli ha sete di chi ha sete di Lui”7. Il suo temperamento incerto mal si adattò all’impegno nel servizio della Chiesa e così lasciò presto la diocesi e tornò nella solitudine con l’amico, fino a quando la sua nobile coscienza lo spinse a rientrare a Nazianzo per aiutare il padre a riconciliarsi con i monaci nella verità della fede: “Il timore di resistere a Dio fece tacere in me ogni altro timore”8.

Basilio nel 360 fu chiamato da Eustazio al concilio di Costantinopoli e per un periodo lasciò la solitudine per difendere l’ortodossia contro l’arianesimo, in quest’occasione fu ordinato lettore, ma, deluso per l’esito della vicenda che non riuscì pacificamente ad affermare la verità della fede, riprese la via del suo eremo. Richiamato a Cesarea ricevette l’ordinazione sacerdotale verso il 362 dal Vescovo Eusebio (da non confondersi con l’omonimo suo predecessore che ha scritto la “storia ecclesistica”) che lo scelse come suo consigliere. Il temperamento di Basilio incline alla verità e, come lui stesso afferma “per natura incapace di tollerare tutto ciò che è imperfetto”9, non riuscì a adattarsi ai compromessi e, per evitare di “lacerare il corpo della Chiesa”, riprese la via del Ponto per dedicarsi alla direzione dei monasteri da lui fondati. Anche Gregorio evidenzierà le incomprensioni suscitate dal carattere dell’amico “Il dominio del suo carattere, la sua riservatezza, la sua calma e la sua urbanità venivano prese per orgoglio”10. Intorno a questo periodo (364 circa) Basilio, quasi certamente con il contributo dell’amico, elaborò le regole monastiche di cui non smise mai di occuparsi con la sollecitudine del pastore: “Preghiamo dunque la misericordia del Signore, in modo che doni a noi un irreprensibile ministero della Parola e a voi un fruttuoso apprendimento della dottrina”11. Nella Regola di Basilio si rivela il suo animo di organizzatore e di uomo pratico desideroso di riportare i cristiani alla vita comune delle primitive comunità apostoliche fondate sulla carità: “vi è certamente uno stadio, secondo il precetto apostolico, per correggere i difetti e formarsi una vita, in cui si progredisce con l’esercizio della virtù, e in lui sempre più brilla e risplende la meditazione dei comandamenti di Dio, ed è proprio questa dimora in comune dei fratelli unanimi fra loro”12. Una prima redazione della regola di ascetica fu tradotta in latino da Rufino di Aquileia e divulgata in occidente, ad essa s’ispirò S. Benedetto nella fondazione dei suoi monasteri considerando Basilio come “suo maestro”. Lo zelo per la verità riportò dopo poco tempo Basilio in diocesi per superare la crisi ariana e dedicarsi alla Chiesa sua madre divenendo ausiliario del Vescovo Eusebio. Alla morte di Eusebio nel 370, Basilio fu chiamato a succedergli nella cattedra dimostrandosi abile nel fronteggiare le situazioni di crisi sociali e spirituali nelle quali si trovava la diocesi. Il suo fisico provato dalla malattia, forse causatagli dall’austerità della vita di solitudine, gli ispirarono una gran sollecitudine per le miserie altrui procurando ad ogni circoscrizione un ospizio e costruendo nella città un complesso ospedaliero. Contemporaneamente incrementò il numero delle comunità monastiche e diede nuovo impulso alla prassi liturgica di cui è rimasto ancora in uso in Oriente la “liturgia eucaristica di san Basilio”. Basilio e l’amico Gregorio, con Atanasio di Alessandria e con Giovanni Crisostomo sono state le colonne della Chiesa che hanno sostenuto la lotta contro l’arianesimo difendendo la verità proclamata nel dogma di Nicea e sono stati i promotori delle dichiarazioni formulate nel II Concilio Ecumenico. San Basilio nella sua lettera al Vescovo Anfilochio (l’opera che sarà poi chiamata “Trattato sullo Spirito Santo”) espone tutta la sua dottrina sullo Spirito Santo come III Persona della Trinità uguale al Padre e al Figlio; tuttavia, come precedentemente aveva fatto S. Atanasio, non esplicita mai che “lo Spirito è Dio” lasciando che una tale affermazione sia formulata da un Concilio Ecumenico. Solo due anni dopo la morte di Basilio nel II Concilio Ecumenico a Costantinopoli sarà dichiarata la divinità dello Spirito Santo e apertamente condannata l’eresia dei pneumatomachi. Come ricordato da Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Patres Ecclesiae: “Basilio amò di amore geloso la Chiesa e sapendo che la sua verginità è la sua stessa fede, della purezza di questa fede si fece custode vigilantissimo. Per questo dovette e seppe combattere con coraggio non contro uomini, ma contro ogni adulterazione della parola di Dio, ogni falsificazione della verità, ogni manomissione del deposito santo trasmesso dai padri”12b.

Quando la divisione amministrativa della Cappadocia divise il territorio in due province, nel 371 Basilio, per difendersi da chi mirava a usurpare i diritti di metropolita, nominò come suoi collaboratori il fratello Gregorio quale vescovo di Nissa e l’amico Gregorio vescovo di Sasima. Quest’ultima località era una modesta stazione postale ai confini della diocesi di Cesarea e Gregorio accettò a malincuore l’incarico e, deludendo l’amico che confidava nel suo sostegno, non prese mai possesso della sede episcopale rimanendo accanto all’anziano padre a Nazianzo.

Come c’invita a pregare l’orazione colletta della memoria dei santi lo spirito umile e ardente di Basilio non si arrese di fronte alle difficoltà incontrate nel ministero episcopale, ma continuò a cercare la verità attraverso una serie di missive con il Vescovo di Roma al quale chiedeva di ricomporre l’unità delle chiese in Oriente. Egli stesso dimostrò di vivere quanto insegnava al popolo con le parole e con gli scritti: “considerando queste cose, allorché anche su di te giunge parte degli accidenti comuni, sopporta in silenzio, non con indifferenza e neppure con insensibilità, ma con fatica e mille sofferenze. Tuttavia sopporta come un lottatore coraggioso, che mostra vigore e coraggio non solo nel colpire gli avversari ma anche nel sopportare con animo saldo i colpi ricevuti; come un timoniere accorto e calmo per l’esperienza acquisita dall’aver molto navigato, ossia osservando ognora l’animo eretto, su a galla, più alto di qualsiasi tempesta”13.

Solo la morte dell’imperatore Valente nell’agosto del 378 e la conseguente fine delle persecuzioni ariane riportò la pace nella Chiesa. Basilio che con coraggio si era prodigato per la difesa dell’ortodossia poté solo vedere l’aurora della vittoria perché “rese la sua anima al Signore” il l° gennaio del 379. La sua morte fu una grave perdita per i monaci e per la Chiesa universale, i contemporanei lo salutarono come “grande” e anche noi nella liturgia dei Vespri nell’antifona al Magnificat gli riconosciamo tale titolo.

Gregorio non era presente alla morte dell’amico perché ancora una volta aveva cercato la solitudine quando i cittadini di Nazianzo lo reclamavano come Vescovo dopo la morte del padre (anche Gregorio il Vecchio è venerato come santo). Tutta la vita di Gregorio fu in continua tensione fra il desiderio di dedicarsi alla vita monastica e la coscienza dei suoi doveri pastorali, il suo carattere emotivo e sensibile mal si conciliava con gli impegni episcopali e sono frequenti le lettere in cui Basilio deve sollecitare l’amico  a vincere le sue esitazioni.

La notizia della morte dell’amico Basilio scosse Gregorio, ancora in monastero, che si affrettò a rientrare a Costantinopoli dove gli ariani si erano impadroniti di tutte le chiese; si espose nella confessione della verità della fede con tale fortezza da rischiare più volte di essere ucciso nonostante la timidezza del suo carattere. Verso la fine del 380 Gregorio fu acclamato Vescovo della città grazie alla sua predicazione che attirò la simpatia del popolo e la sconfitta degli ariani. Nel 381 i vescovi riuniti al Concilio Ecumenico, sotto l’impulso dell’imperatore Teodosio, riconobbero il suo trasferimento nella capitale e fu canonicamente intronizzato dal vescovo Melezio di Antiochia. Alla morte di questi Gregorio fu chiamato alla presidenza del Concilio, ma gli insuccessi e i contrasti che suscitarono alcuni vescovi dell’Egitto circa la legittimità della sua situazione giuridica lo scoraggiarono a tal punto che diede le dimissioni. Tornato a Nazianzo, pur nella precarietà della salute, accettò di guidare la diocesi fino alla nomina del nuovo vescovo che sostituì il padre. Nel 383 il suo animo poté aver pace e attendere unicamente alla vita monastica e all’attività letteraria ritirandosi nel suo borgo natale dove morì e fu sepolto intorno al 390. Finalmente si erano realizzate le intuizioni del suo genio poetico: “Dove andrà a finire la mia vita che scorre tra tante vicissitudini? Dimmelo, Verbo di Dio. Io prego che essa finisca nell’incrollabile soggiorno dove vive la mia Trinità, dove risplende questo Splendore Uno verso il quale ci spingono le deboli ombre che ne percepiamo appena”14.

Il culto che gli tributarono i contemporanei testimonia la popolarità e la santità raggiunta da Gregorio,  anche san Girolamo, che lo frequentò per due anni, scrisse: “tra i Latini nessuno gli rassomiglia. Egli fu mio maestro. Io me ne glorio esultandone”.

La chiesa bizantina celebra con solennità la sua festa il 25 gennaio ma è ricordato anche il 30 dello stesso mese insieme a san Basilio e a san Giovanni Crisostomo come i tre “Dottori ecumenici”. Il titolo di “teologo” che gli è stato riconosciuto dai Padri del Concilio di Calcedonia prima e nell’VIII secolo da tutti, va compreso secondo l’antico concetto elleno-cristiano come sinonimo di “innologo della Divinità”. Per Gregorio la contemplazione della divinità non si limita “all’idea del divino” ma ne accoglie in sé la “piena rivelazione” rinnovando se stesso a immagine del Dio vivente.  Egli è stato chiamato “il teologo” secondo la tradizione orientale che usa lo stesso appellativo per san Giovanni Evangelista in qualità di testimone della divinità del Verbo di Dio.

Il suo animo poetico ci ha lasciato pagine di profondo afflato mistico eccellendo come il più intuitivo fra i Padri Orientali con uno stile simile a quello di sant’Agostino nella chiesa Latina come traspare in queste parole: “Non ho ancora cominciato a pensare all’Unità, che la Trinità mi immerge nel suo splendore. Non Ho ancora cominciato a pensare alla Trinità, che già l’Unità mi riafferra. Quando a me si presenta uno dei Tre, penso che questo sia il tutto, tanto la mia vista è colmata, tanto il più mi sfugge. Perché nella mia mente, troppo limitata per comprendere uno solo, non resta più posto. Quando unisco i Tre in uno stesso pensiero, vedo una sola grande fiamma, senza poter dividere o analizzare l’unica luce”15. Anche la Liturgia delle Ore nell’Antifona al Benedictus richiama la saggezza delle intuizioni del santo che ha plasmato la sua esistenza ad immagine del modello contemplato (la divinizzazione) come lui stesso afferma: “Il teologo deve essere così puro da poter prendere in sé la luce facendosi lui stesso luce”16. Il brano di Vangelo (Mt.5,13-16) proposto per la celebrazione Eucaristica in memoria di Gregorio, si è realizzato pienamente come pure in Basilio invocato nella liturgia bizantina quale “luce della pietà” e “luminare della chiesa”. Nella prima lettura della memoria leggiamo le parole di san Paolo che hanno ispirato i due santi come scrissero: “Parlare di Dio? E’ opera dello Spirito. Soltanto da lui Dio può essere compreso, rivelato, inteso. Dunque, soltanto lo spirito puro può accostarsi alla Purezza, essendogli sempre somigliante”17; e ancora: “Lo Spirito è il luogo dei santi e il santo è il luogo dello Spirito”18.

Nei due santi che insieme veneriamo si può cogliere la potenza unificatrice dell’amore di Dio che, superando le divergenze di natura, porta ad una crescita umana e spirituale che non conosce ostacoli: “Nella gioia io porto a Dio la sua immagine; con tutto il mio essere vado tutto intero verso Dio, con tanti miei compagni che vivono d’accordo con me”19.

Il carattere di Basilio era diverso da quello dell’amico e spesso le divergenze di vedute si opponevano, tuttavia l’amore comune alla verità li portava a superare ogni soddisfazione personale per cercare il “vero Bene” come testimoniano le parole di Gregorio: “Potesse non esserci alcuna precedenza, nessuna preminenza di posto, nessuna prerogativa tirannica! Soltanto la virtù ci deve differenziare! Ma ora, ecco che bisogna tenere la destra, poi la sinistra e il mezzo; c’è un gradino superiore e uno inferiore: si va avanti e si cammina di fronte: tutto questo ci procura collusioni, ne smarrisce tanti e porta all’abisso non soltanto le anime del popolo ma quelle ancora dei pastori, inescusabili se ignorano quello che deve sapere ogni dottore in Israele”20.

Lasciandoci ammaestrare dalla vita di questi due pastori seguiamo l’invito di San Basilio che chiama tutti a collaborare con il “divino artista” nella meravigliosa opera di santificazione: “Come i pittori quando dipingono immagini prendendole da altre immagini e, guardando spesso il modello, si danno cura di trasportarne i caratteri nella loro opera d’arte, allo stesso modo chi si studia di diventare perfetto in tutti gli aspetti della virtù, bisogna che guardi alle vite dei santi come a immagini vive ed efficaci, e faccia proprio il bene che vi trova mediante l’imitazione”21.

 

a cura delle Clarisse Cappuccine di Mercatello sul Metauro

 

 

1 Basilio, I martiri, Roma, Città Nuova Ed, 1999, 96

2 Basilio, lettera 223,2

3 Gregorio Nazianzeno, Discorso III

4 Basilio, La grande regola,  II, 68-69

5 Basilio, La grande regola, XII, 15

6 Gregorio Nazianzeno, Lettera VIII

7 Gregorio Nazianzeno, Discorso XXVIII, 6

8 Gregorio Nazianzeno, Discorso II, 111

9 Basilio, Omelia sulla martire Giulitta

10 Gregorio Nazianzeno, Discorso XLIII

11 Basilio,  proemio alla  grande regola

12 Basilio, La grande regola,  III questione, 42

12b EV 7,6

13 Basilio, Omelia sulla martire Giulitta

14 Gregorio Nazianzeno, Poema II, 1,2

15 Gregorio Nazianzeno, Discorso 40, sul battesimo

16 Gregorio Nazianzeno, Discorso 28, 1

17 Gregorio Nazianzeno, Discorso II,  39

18 Basilio, Lo Spirito Santo 26 :PG 32,184

19 Gregorio Nazianzeno, Poema, II, 1

20 G. Peters, I Padri della Chiesa, Roma, Borla Ed., 1984, 119

21 Basilio, lettera 2