10 marzo, inizio novena San Giuseppe

SAN GIUSEPPE

La celebrazione della festa di san Giuseppe ha origini antichissime risalenti ai primi secoli del cristianesimo con particolare diffusione presso i Copti. Sempre in Oriente abbiamo le prime testimonianze di culto nel “Menologio di Basilio II” del sec. X che prevede un particolare ricordo di san Giuseppe nell’ottava di Natale, onorandolo con la Santissima Madre di Dio.

In Occidente la data della commemorazione di san Giuseppe si trova fissata al 20 marzo fin dal sec. VIII. Nel Medio Evo il culto a san Giuseppe ricevette un rinnovato vigore, soprattutto grazie all’opera di alcuni santi che ne promossero e diffusero la devozione. Tuttavia la Chiesa inizia solo alla fine del 1800 a ricevere la voce autorevole dei Papi, i quali, con il loro magistero, diedero un nuovo impulso alla devozione a san Giuseppe mettendone in luce i tratti essenziali.

Le notizie bibliche riguardanti la fisionomia di san Giuseppe ci sono state trasmesse unicamente dai primi capitoli del Vangelo di Luca e Matteo, e in Giovanni 6,42, invece la tradizione abbonda di descrizioni particolareggiate che hanno talvolta offuscato la bellezza di quest’uomo di Dio. I Padri della Chiesa, in particolare san Girolamo, si sono fatti difensori dell’autenticità della vita di san Giuseppe attenendosi alla Rivelazione e contrastando le fantasie degli apocrifi, sono divenuti così i primi testimoni delle sue virtù.

Giuseppe, il cui nome d’origine ebraica significa “Iahweh aggiunga”, è considerato l’ultimo dei patriarchi, l’unico in Occidente di cui si celebra la memoria liturgica. La figura dello Sposo di Maria è stata spesso associata a quella di un altro patriarca: Giuseppe figlio di Giacobbe. In effetti, anche le descrizioni che compaiono nel Vangelo di Matteo hanno contribuito a rafforzare quest’analogia: entrambi i patriarchi ricevono il messaggio divino attraverso dei sogni. Tuttavia la progressione della Rivelazione manifesta anche in quest’occasione un passaggio: dal sogno con simboli ed enigmi -in Giuseppe figlio di Giacobbe-, al sogno con chiara manifestazione del progetto di Dio e dell’opera da compiere -in Giuseppe sposo della Vergine-.

La descrizione di san Giuseppe riportata dagli Evangelisti è molto spoglia di particolari, ma la Tradizione della Chiesa, assistita dalla luce dello Spirito, ne ha sempre valorizzato la santità sia nella devozione popolare sia nel culto pubblico. Lecitamente, considerando la santità come la partecipazione più intima alla vita di Dio, chi, dopo la Madre di Gesù, è stato tanto vicino alla divinità quanto Giuseppe? Per questo motivo, alcuni santi ebbero un’intensa amicizia con san Giuseppe e si distinsero per la diffusione della sua devozione, ricordiamo ad esempio san Bernardo, san Bonaventura, san Bernardino da Siena, santa Teresa di Gesù, san Giovanni della Croce, san Francesco di Sales, san Vincenzo de’ Paoli e san Daniele Comboni. La magnifica presenza del Figlio di Dio e la straordinaria dignità di sua Madre hanno messo in ombra la grandezza di questo Santo, solo nel secondo millennio il cammino ecclesiale ne sta riconoscendo il ruolo nell’opera dell’Incarnazione e mettendone in risalto la missione nella Chiesa. 

La festa di san Giuseppe, sposo di Maria e patrono della Chiesa universale, sempre in Occidente, si celebra solennemente il 19 marzo; dopo aver unificato varie festività che ricorrevano nei mesi estivi e nella terza settimana di Pasqua (1956) e lasciato al 1° maggio la memoria facoltativa di san Giuseppe lavoratore.

La Liturgia della Solennità, scegliendo i brani evangelici che si riferiscono a san Giuseppe e proponendoli alla meditazione dei fedeli, ne ha reso evidente la santità della vita e il suo compito nella Chiesa. Gli inni in Latino, inoltre sono una mirabile sintesi di quanto la tradizione ci ha donato; ad esempio nella seconda strofa di quello dell’Ufficio delle Letture si ricorda il “beato transito” di Giuseppe assistito dalla Vergine e da Gesù, spiegando così perché il Santo sia invocato quale protettore dei moribondi. La Liturgia Eucaristica offre l’opportunità di scegliere due passi del Vangelo che mettono in luce il ruolo di Giuseppe nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio (Mt 1,16.18-21.24) e della sua vita a Nazaret (Lc 2,41-51). La Liturgia delle Ore invece ripropone nelle antifone alcune frasi Evangeliche che descrivono la partecipazione di Giuseppe alla formazione della Famiglia terrena di Gesù: iniziando con i Primi Vespri troviamo gli episodi che si riferiscono all’annuncio della nascita di Gesù; all’Ufficio delle Letture l’adesione obbediente di Giuseppe al piano Divino; alle Lodi la nascita del Salvatore e la sua manifestazione al mondo sottolineando la funzione primaria del padre nella custodia del fanciullo; infine alle Ore medie così come ai Secondi Vespri si evidenzia il ruolo dei genitori attraverso la scena del ritrovamento di Gesù dodicenne al Tempio di Gerusalemme.

Per cogliere la fisionomia di san Giuseppe la Liturgia ci offre numerose opportunità, ma, secondo la sua configurazione semplice ed essenziale, essa esprime significati profondi in poche parole. La Liturgia Eucaristica della Solennità del Santo, come un abile artista che in poche pennellate è in grado di dare forma al disegno, con la richiesta dell’orazione sulle offerte delinea i tratti caratteristici di san Giuseppe: “…donaci (o Padre) la stessa fedeltà e purezza di cuore, che animò san Giuseppe nel servire il tuo unico Figlio…”. Poiché è bene conoscere ciò che chiediamo a Dio, esamineremo singolarmente i tre elementi sottolineati che nel Vangelo sono sintetizzati nell’unico attributo conferito a Giuseppe: “giusto”.

Il termine fedeltà racchiude la parola fede ed è questa la prima nota che contraddistingue la vita di Giuseppe. Tutta la vita di Giuseppe è una progressione nella fede e la Liturgia ha messo in risalto quest’aspetto nella scelta delle letture: sia nella seconda lettura della Messa, dove è elogiata la grande fede di Abramo (Rm 4,13.16-18.22), sia nella prima lettura dell’Ufficio (Eb 11,1-16). Nel responsorio a quest’ultima lettura troviamo, in sintesi, il cammino spirituale di san Giuseppe: «Fiducioso nella promessa di Dio, non vacillò, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio.  Questo gli fu accreditato come giustizia. La fede cooperava con le opere di lui, e per le opere quella fede divenne perfetta».

Gli Evangelisti non riportano alcuna parola di Giuseppe, ma, attraverso le azioni, possiamo cogliere alcuni aspetti della sua vita interiore (dalle opere si può dimostrare la fede come la lettera di san Giacomo ci fa notare). Tutta la vita di Giuseppe è avvolta nel silenzio e mettere in luce ciò che non è stato verbalizzato è un’impresa ardua, non scevra da rischi d’artificiosa fantasia, che potrebbe allontanare dalla verità, se non fosse fondata sulla Parola, sulla testimonianza che hanno lasciato i Santi e il Magistero dei Papi degli ultimi secoli. In particolare il papa san Giovanni XXIII, da pochi anni elevato agli onori degli altari, nutriva una speciale devozione per san Giuseppe di cui portava il nome di Battesimo, e in diverse occasioni ha tracciato un delicato profilo del Santo, donandoci un nobile esempio da seguire. Inoltre, raccolse gli atti dei suoi predecessori in onore di san Giuseppe, con la Lettera Apostolica del 19 marzo 1961, e lo nominò celeste protettore del Concilio Vaticano II. San Giovanni XXIII, additando la vita di fede del Santo, traeva alcune considerazioni per i fedeli: “S. Giuseppe parla poco, ma vive intensamente, non sottraendosi ad alcuna responsabilità, che la volontà del Signore gli impone. Egli offre esempio di attraente disponibilità alla divina chiamata, di calma in ogni evento, di fiducia piena, attinta ad una vita di sovrumana fede e carità e del gran mezzo della preghiera…Chi ha fede non trema, non precipita gli eventi, non sgomenta il prossimo”1.

La prova sicura della fede di Giuseppe è riportata dall’evangelista Matteo nella ripetizione del verbo “fece” ad ogni comando del messaggero celeste. Nella sua obbedienza alla volontà di Dio, Giuseppe dimostra una fede pronta e attiva (il verbo greco utilizzato “poieo” richiama l’opera della creazione); divenendo modello di disponibilità piena alla Parola per tutti coloro che vogliono ascoltare la voce del Signore. Giuseppe testimonia la sua fede obbedendo anche alle leggi in vigore nel tempo: sia all’autorità che ordinava il censimento, sia compiendo tutti gli atti di culto stabiliti dalla religione ebraica quali, ad esempio, la circoncisione e la presentazione di Gesù al Tempio.

l’angelo parla a Giuseppe nel sonno

La vita di fede di Giuseppe conobbe i momenti di prova, tuttavia l’evangelista Matteo rileva, nel momento difficile dell’accettazione del parto verginale di Maria, che il comportamento di Giuseppe era di “uomo giusto” e per questo non mancò l’assistenza divina che sciolse ogni timore e gli affidò l’incarico di assumere la paternità del Figlio di Dio. Le icone orientali della Natività esprimono molto bene la prova di Giuseppe, rappresentandolo lontano dalla grotta (per far vedere l’estraneità al concepimento di Gesù) e talvolta anche insidiato dal Tentatore.

La fatica della vita di fede non fu risparmiata a Giuseppe neppure quando, appena rallegratosi per l’adorazione dei Magi a Gesù bambino, si vide costretto ad emigrare in paese straniero senza conoscere la data del ritorno. I messaggi ricevuti in sogno, come ci sono descritti nel Vangelo, non fornirono molti particolari, così, come un uomo divenuto abile nel discernimento, anche Giuseppe non ha rinunciato a considerare e verificare la situazione del momento e operare secondo le sue capacità; in seguito fu necessario un nuovo intervento di Dio per convalidare la sua scelta e guidarlo al ritorno dall’Egitto nella nuova città dove abitare (cfr Mt 2,22). Questo quadro della Famiglia di Nazaret riepiloga la premura e la decisione di Dio nel seguire la storia dell’Incarnazione: “la mano del Signore li guida e li protegge nei giorni della prova” (quarta strofa dell’inno dei Vespri). Una strada tracciata per il nostro pellegrinaggio quotidiano di fede: quando il buio fitto non ci lascia scorgere la meta, siamo invitati a metterci in ogni caso in cammino perché il Signore non mancherà di illuminare la via confermando o modificando il percorso. San Giuseppe diventa così un nostro compagno nella fatica quotidiana sostenendoci quando vacilliamo e rassicurandoci ogni volta che il timore di sbagliare la strada paralizza le nostre energie, anche Lui, pur così prossimo a Gesù, ha sperimentato la fatica di aderire pienamente al piano divino della Salvezza.  Giuseppe è un uomo pieno di speranza che ha attinto la sua forza dalla meditazione continua della Scrittura, secondo la tradizione ebraica; il Vangelo non riporta direttamente questo fatto, ma lo possiamo dedurre dal comportamento di Gesù come frequentatore assiduo della Sinagoga (cfr Lc 4,16) e pellegrino fedele a Gerusalemme in occasione delle feste stabilite dalla legge (cfr Lc 2, 41). Giuseppe, soprattutto dai Salmi, aveva imparato a “sperare nella grazia del Signore” e a “confidare in Lui” (come richiama il canto al Vangelo) per questo in piena libertà aderisce alla comunicazione di Dio che gli rivela nuovi orizzonti nei quali egli s’inserisce, compiendo scelte che non avrebbe mai immaginato di fare. L’evangelista Matteo definisce, a ragione, Giuseppe “giusto”, come l’uomo descritto nel salmo 91 e così commentato da un altro  papa San Giovanni Paolo II: “Le radici del giusto affondano in Dio stesso da cui riceve la linfa della grazia divina. La vita del Signore lo alimenta e lo trasforma rendendolo florido e rigoglioso, cioè in grado di donare agli altri e di testimoniare la propria fede”2.

Il secondo elemento che contraddistingue Giuseppe è la purezza di cuore. Il Santo è sempre stato stimato lo sposo fedele della Vergine, purtroppo alcune supposizioni degli apocrifi, hanno pensato di giustificare la presenza dei fratelli di Gesù (cfr Lc 8,20 e paralleli) attribuendoli a Giuseppe come figli nati da nozze anteriori a quelle con Maria. In tal modo il Santo è stato considerato un uomo vedovo, quindi non molto giovane, cui fu data in sposa la Vergine. Tale ipotesi fu contestata fin dai primi secoli del cristianesimo, divenendo occasione propizia per i Padri e i Teologi del Medio Evo di levare la voce a testimonianza della castità di Giuseppe. La castità della Vergine (prima, durante e dopo il parto), secondo i Padri della Chiesa, sarebbe stata custodita in modo adeguato nell’uomo di virtù, il quale ha sempre vigilato con umiltà per conservare la castità del corpo in un cuore indiviso. Anche i Papi, in particolare Pio XI, si sono fatti sostenitori della magnifica e unica missione di Giuseppe quale custode del Redentore e protettore della santità e verginità di Maria.

La purezza di cuore di Giuseppe diventa così il luogo dove l’Amore di Dio trova accoglienza, lasciando spazio al dinamismo dello Spirito, come si afferma nell’Esortazione Apostolica “Redemptoris Custos”: “Giuseppe, obbediente allo Spirito, proprio in esso ritrovò la fonte dell’amore, del suo amore sponsale di uomo, e fu questo amore più grande di quello che «l’uomo giusto» poteva attendersi a misura del proprio cuore umano”3. La dinamica dell’amore Trinitario, per sua natura diffusiva, investendo la vita verginale di Giuseppe, la rende feconda. La generazione spirituale diventa così evidente in Giuseppe che non ha dato vita ad un’altra creatura, ma ha assecondato l’azione dello Spirito nella custodia del Verbo di Dio ricevendo un dono particolare “nella contemplazione della Verità stessa che abitava nella sua casa”. “Lo Spirito Santo certamente ha adornato in modo eminente san Giuseppe di quelle qualità, l’amore e il dono, necessarie a costituire quella singolare e altissima paternità”4.

La tradizione monastica ha saggiamente accolto questo valore incomparabile nella vita di Giuseppe, per tale motivo, nel lezionario “L’Ora dell’Ascolto”, è riportata al 19 marzo una Terza lettura tratta dai “Discorsi” di san Bernardo in cui si illustra la castità della Famiglia di Nazaret: “…Dovette, perciò, essere detto lo sposo di lei, perché necessariamente così doveva essere ritenuto; come anche meritò di essere reputato il padre del Salvatore, pur non essendolo in realtà (cfr Lc 3,23) (…) Servo fedele e saggio, scelto dal Signore per confortare la Madre sua e provvedere al di lei sostentamento; il solo coadiutore fedelissimo, sulla terra, del grande disegno di Dio”.

La purezza di cuore di Giuseppe diventa luogo di crescita per la vita di Gesù, e spazio di condivisione di un progetto comune nella relazione con Maria, “Mediante il sacrificio totale di sé Giuseppe esprime il suo generoso amore verso la Madre di Dio, facendole «dono sponsale di sé». Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio che si stava realizzando in lei, egli per espresso ordine angelico la trattiene con sé e ne rispetta l’esclusiva appartenenza a Dio”5. L’evangelista Matteo nel descrivere il messaggio celeste inviato a Giuseppe dapprima lo invita a prendere con sé Maria, sua sposa (1,20); però quando lo esorta a fuggire in Egitto non parla di “sua moglie” ma “del bambino e sua madre” (2,13. 20), rendendo evidente in tal modo una singolare unione matrimoniale in funzione della persona e della missione di Gesù.

La tradizione orientale, nel trasmetterci le immagini riguardanti la Sacra Famiglia, ha sempre avuto attenzione particolare a non riprodurre atteggiamenti d’affetto impropri, per questo non si trovano icone raffiguranti i corpi ravvicinati di Giuseppe e Maria perché il legame unico d’intimità è lasciato solo alla Madre di Dio e al Figlio che ha generato (come l’avvicinamento dei volti di Gesù e Maria nella Madonna della Tenerezza). Negli ultimi tempi assistiamo però ad un allontanamento dalla tradizione ortodossa, soprattutto nella creazione iconografica occidentale.

L’ultimo elemento che incontriamo nella nostra petizione è il servizio al Figlio di Dio, che Giuseppe esercitò assumendosi la paternità di Gesù, garantendo così lo svolgimento della vita terrena in un ambito comune a quello di tutte le famiglie dell’umanità, come mette in risalto il responsorio alla seconda lettura dell’Ufficio: “Dio mi ha reso come un padre per il Re, Signore e custode della sua famiglia”. La missione di Giuseppe diviene quindi la custodia della Vergine e del Figlio di Dio che si realizza nell’oblazione di sé, come ben manifestava papa san Paolo VI: “La sua paternità si è espressa concretamente nell’aver fatto della sua vita un sevizio, un sacrificio, al mistero dell’Incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta: nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa”6.

Prima dell’accoglienza della missione di padre del Figlio di Dio, Giuseppe ha dovuto stabilire un legame coniugale con Maria riponendo nel matrimonio il luogo della sua santificazione: “Insieme con l’assunzione dell’umanità, in Cristo è anche «assunto» tutto ciò che è umano e, in particolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra. In questo contesto è anche «assunta» la paternità umana di Giuseppe”7.

San Giuseppe non si è mai sottratto a tutti i vincoli della famiglia e soprattutto a quello impegnativo della paternità. Abbiamo già visto le prove affrontate per la cura e la difesa di Gesù bambino, ora daremo qualche accenno all’azione educativa del fanciullo e al ruolo significativo di Giuseppe.

Dal silenzio in cui è avvolta la vita a Nazaret secondo i Vangeli, possiamo pensare allo svolgersi degli avvenimenti quotidiani in modo simile alle altre famiglie del tempo, senza nulla di diverso. Lo straordinario della vita di Gesù a Nazaret era quindi solo la Sua presenza, che trasformava la semplice vita di una famiglia in un luogo d’accoglienza dove l’Amore cresceva, “se questo amore attraverso la sua umanità si irradiava su tutti gli uomini, ne erano certamente beneficiari in primo luogo coloro che la volontà divina aveva collocato nella sua più stretta intimità: Maria sua madre e il padre putativo Giuseppe”8.

San Giuseppe accoglie la disposizione divina che gli affida la paternità del Figlio di Dio entrando interamente nella dinamica relazionale tra padre e figlio, in una “singolarissima relazione”, “poiché l’amore «paterno» di Giuseppe non poteva non influire sull’amore «filiale» di Gesù e viceversa”9. Il silenzio verbale di Giuseppe nei Vangeli, in ogni caso non è assenza di comunicazione, infatti, alcuni episodi lasciano trasparire uno stile di vita interiore che manifesta la profonda saggezza del Santo. La descrizione del ritrovamento di Gesù dodicenne al Tempio (Lc 2,41-52) è un esempio singolare di come Giuseppe viva consapevolmente la sua funzione paterna. In primo luogo troviamo la manifestazione dei sentimenti che animano il servizio di Giuseppe al Figlio di Dio: la ricerca e l’angoscia per il mancato ritrovamento. L’atteggiamento silenzioso di Giuseppe, Maria si fa portavoce dei comuni sentimenti, dimostra due aspetti del suo carattere: la profonda sensibilità d’animo unita alla responsabilità nella custodia del Figlio di Dio, e la sincera umiltà che conserva il silenzio anche nell’incomprensione alla risposta di Gesù. L’evangelista Luca è attento a sottolineare lo stupore dei genitori che contemplano Gesù nel Tempio e a completare il quadro con la cornice di Gesù che partì con loro e stava loro sottomesso. Giuseppe, sebbene Gesù stesso riveli chi è il suo vero padre (cfr. Lc. 2.49), non si sottrae all’impegno della paternità neppure quando non comprende adeguatamente il piano di Dio che si compie nel Figlio, garantendogli così la possibilità di crescere «in sapienza, età e grazia…».

Il valore del patrocinio di Giuseppe sulla Chiesa universale che Papa Pio IX gli affidò nel 1870, diventa particolarmente propizio alla nostra epoca che ha smarrito il ruolo della figura paterna. Nella famiglia si è perduta l’immagine del padre come riflesso di un Altro, da cui tutto ha origine: essere padre significa rivelare ai figli il volto paterno di Dio. L’esperienza di Giuseppe abbraccia tutta la dinamica della paternità non solo quella legata alla generazione carnale, ma in modo peculiare a quella spirituale. La relazione tra padre e figlio deve sempre essere plasmata dalla certezza che la paternità che si esercita sulla terra è solo un riflesso di quella di Dio, come disse Gesù «E non chiamate nessuno padre sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Mt 23.9). La qualità necessaria per essere autenticamente “padre” e rivelare il Padre, è la consapevolezza di essere in primo luogo “figlio”. Giuseppe era ben consapevole di non essere il padre di Gesù, infatti, nel Vangelo è Maria ad attribuirgli tale titolo, ma accoglie ugualmente il disegno di Dio che gli assegna l’incarico della paternità. Alcune forme di linguaggio entrate nel vocabolario ecclesiale comune tradiscono l’incertezza di assumersi il ruolo della paternità nella guida spirituale. Ricorrere all’espediente di considerarsi “accompagnatore spirituale” può nascondere la volontà di sottrarsi alla responsabilità che la paternità comporta. L’esperienza di Giuseppe diventa paradigmatica di un compito, quello della paternità, che non sempre risponde adeguatamente alle esigenze dei figli, che comporta fatica e angoscia per trovare la verità della persona secondo il disegno di Dio e che talvolta non può essere interamente compreso. Giuseppe insegna a comportarsi da “padre” non perché sia stato sempre certo dell’orientamento da dare a Gesù, ma perché si è preso cura di Lui, di tutta la Sua persona con le sue esigenze e attese. In questo senso potremmo ritenere che anche la paternità di Giuseppe ha conosciuto una progressione crescendo insieme all’umanità del Figlio di Dio.

L’esempio di Giuseppe ci aiuta inoltre a dare valore ad ogni attività che Dio ci consegna, senza misurare la grandezza dell’opera, ma cercando solo la gloria di Dio come umili servitori; “…quale grandezza acquista la figura silenziosa e nascosta di san Giuseppe per lo spirito con cui egli compie la missione affidatagli da Dio! Poiché la vera dignità dell’uomo non si misura dall’orpello di risultati strepitosi, ma dalle disposizioni interiori di ordine e di buona volontà”10.

Gli Evangelisti non raccontano nulla della vita di Gesù a Nazaret solo ci danno l’indicazione del lavoro del padre. “Anche sul lavoro di carpentiere nella casa di Nazareth si stende lo stesso clima di silenzio, che accompagna tutto quanto si riferisce alla figura di Giuseppe. È un silenzio, però che svela in modo speciale il profilo interiore di questa figura. I Vangeli parlano esclusivamente di ciò che Giuseppe «fece»; tuttavia, consentono di scoprire nelle sue «azioni», avvolte dal silenzio, un clima di profonda contemplazione. Giuseppe era in quotidiano contatto con il mistero «nascosto da secoli», che prese «dimora» sotto il tetto di casa sua. Questo spiega, ad esempio, perché santa Teresa di Gesù, la grande riformatrice del Carmelo contemplativo, si fece promotrice del rinnovamento del culto di san Giuseppe nella cristianità occidentale”11. In queste parole troviamo il segreto della santità di Giuseppe: l’unione con Dio. “Le anime più sensibili agli impulsi dell’amore divino vedono a ragione in Giuseppe un luminoso esempio di vita interiore.

Inoltre, l’apparente tensione tra la vita attiva e quella contemplativa trova in lui un ideale superamento, possibile a chi possiede la perfezione della carità. Seguendo la nota distinzione tra l’amore della verità e l’esigenza dell’amore, possiamo dire che Giuseppe ha sperimentato sia l’amore della verità, cioè il puro amore di contemplazione della verità divina che irradiava dall’umanità di Cristo, sia l’esigenza dell’amore, cioè l’amore altrettanto puro del servizio, richiesto dalla tutela e dallo sviluppo di quella stessa umanità”12.

La pietà popolare ha sempre considerato la grandezza della santità di Giuseppe, pur senza rilevare episodi miracolistici o fatti straordinari. Questo mette ancor più in risalto il profilo interiore di Giuseppe che, nella semplicità della sua vita, ha saputo far trasparire la presenza di Dio. “San Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; san Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono «grandi cose», ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche13.

Gli ultimi due Papi hanno continuato a consolidare il culto a san Giuseppe nella Chiesa: papa Benedetto XVI nel suo pontificato, ha inserito in tutte le preghiere Eucaristiche il nome di Giuseppe a fianco a quello della Vergine Maria e papa Francesco ha inaugurato il suo pontificato il 19 marzo nella solennità del Santo ponendo il suo ministero sotto la sua protezione.

A cura della sorelle Cappuccine di Mercatello

Aggiornamento del testo pubblicato sulla rivista di liturgia della Diocesi di Roma “CULMINE E FONTE”  1/2004  pp.80-87


1 GIOVANNI XXIII, allocuzione, 17 marzo 1963.

2 GIOVANNI PAOLO II, Udienza generale, 3 settembre 2003, n. 4.

3 GIOVANNI PAOLO II, esort.ap. Redemptoris Custos, 15.8.1989, n. 19.

4 Cfr. T. STRAMARE, San Giuseppe «Il Custode del Redentore», Edizioni Piemme, Casale Monferrato 1990, 106-107

5 GIOVANNI PAOLO II, esort.ap. Redemptoris Custos, 15.8.1989, n. 20.

6 PAOLO VI, Allocuzione, 19 marzo 1966.

7 GIOVANNI PAOLO II, esort.ap. Redemptoris Custos, 15.8.1989, n. 21.

8 Ibid., n. 27.

9 Ibid., n. 27.

10 GIOVANNI XXIII, allocuzione, 1° maggio 1960.

11 GIOVANNI PAOLO II, esort.ap. Redemptoris Custos, 15.8.1989, n. 22.

12 GIOVANNI PAOLO II, esort.ap. Redemptoris Custos, 15.8.1989, n. 27.

13 PAOLO VI, Allocuzione, 19 marzo 1969.